TheOutBox Music

TheOutBox

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Sulla Strada

Il duo TheOutBox è composto da Felicia Thasuthsayer trombone, tastiere e voce e da Mario Caramel sax contralto e chitarra.

TheOutBox Chamber Songs: Brani originali per duo di fiati e canzoni per voce e chitarra. Duo o Trio con drums.

TheOutBoxJams: Brani originali e standards rivisti in chiave Nu Jazz in Duo o Quartetto

Per serate live con TheOutBox nel tuo locale contattaci qui

Mob 345 9298058

email mario.caramel@gmail.com

Outbox Books

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il duo THE OUTBOX composto da Mario Caramel (chitarra, sassofoni) e Felicia Y. Porter (trombone, voce, tastiere) presenta il romanzo Pensa con la tua Testa

Descrizione: Navigare nell’oceano, sentire gli spruzzi salmastri sul viso e il vento tra i capelli, osservare l’immensità del cielo stellato e sentirsi in comunione con l’universo e al contempo mai così solo… Conoscere culture diverse, saggezze diverse e portare con sè un pezzettino di ciascuna per meglio conoscere se stesso, la natura e gli uomini… svelando a poco a poco l’uomo di mare che c’è in ognuno di noi.

Casa Editrice Kimerik

Edizione

Oppure ordinalo con PostePay



La mia città

Cammino lentamente per le strade della mia città, la mia, non quella dove sono nato, non quella dei miei genitori, la mia città, quella che ho scelto con il cuore per una sensazione astratta, irrazionale che al di là del traffico, dello smog, della chiusura tribale delle menti, mi ha fatto sentire al posto giusto, la città dove ho capito chi sono, la città dove ho sentito il pensiero dei filosofi vissuti qui migliaia di anni or sono, fluttuare nell’aria e deridere l’orgoglio sbraitato di chi oggi si vanta di appartenere, per luogo di nascita, alla loro stessa antica civiltà scomparsa. Cammino triste, forse per l’ultima volta, domani si parte.

Di queste strade piango ogni angolo, ogni muro sporco, ogni albero, il fumo nero dell’autobus, il blu del cielo, il suono dei claxon, piango tutto quanto ha contribuito in passato al mio più grande dolore di straniero, solo, intruso non benvenuto, quel dolore che mi ha aperto il varco più caro, come ultima spiaggia, all’esplorazione di me stesso, proprio nel contrasto tra la mia anima libera e il mio corpo assetato di veleno.

Partito, sento la nostalgia per quel posto che avevo fatto mio, quel luogo che dopo anni mi aveva regalato finalmente un senso di appartenenza, di riconoscimento, che sembrava combattere la mia insicurezza, ma poi mi guardo attorno, non dimentico la mia città come non ho dimenticato quella della mia infanzia, curioso, trovo nuovi luoghi, nuove genti che posso capire, che mi fanno sorridere quando non capiscono me, che mi fanno infuriare quando discriminano il “diverso”, non sono più straniero, nessuno mi è forestiero.

Stranieri a se stessi, circondati da forestieri, confusi come chi ha dimenticato, vedono il “diverso” ovunque coloro che si lasciano limitare dal pur legittimo senso di appartenenza al fascino di un luogo, al gergo di un piccolo gruppo.

Io sono a casa qui come altrove, la mia città è una sfera, il mio mondo infinito, il mio popolo milioni di milioni di anime o meglio una sola.

Mario Caramel – Matera 15,11,2010

La vita in scatola

In sogno incontrai un bambino

o forse la sua anima

chè quell’immagine fluida

più grande di me

riempiva tutta la stanza

Ti osservo vivere disse

hai messo la vita in scatola:

esperienze, fatti, informazioni, persone

metti tutto in piccole scatole chiuse

sommariamente etichettate

che ingerisci sterili

mentre illuso

accumuli conoscenza

come fosse materia.

Quando poi ti guardi dentro

in cerca di risposte mature

quelle scatole chiuse

ordinatamente stipate

reciprocamente costrette

ben poca conoscenza ti danno

Liberati di scatole ed etichette!

Mescola tutto il tuo sapere

un fluido dentro di te

uno solo

lascialo crescere

e finalmente capirai.

Sei un adulto, aggiunse

sei convinto di essere ormai cresciuto

forse dimentichi

che la tua anima di bambino

se liberata

non conosce limiti.

Mario Caramel Atene 08-2010 – Foto Felicia Y Porter – Motta S.Anastasia 03-2010

Girovago&Rondella Family Theatre

Per questa storia dobbiamo tornare indietro di più di vent’anni, la fine dell’estate del 1988 o giù di lì. Lavoravo con la mia barca tra l’isola di Rodi e la Turchia. L’ultimo charter si era concluso ad Antalya  alla fine di Settembre e dopo la solita giornata di riposo di fine stagione io e miei compagni partimmo subito verso ovest: dovevamo raggiungere Rodi al più presto per gli approvvigionamenti, poi la Spagna per far cantiere e infine attraversare l’oceano per arrivare ai Caraibi entro dicembre ed iniziare la stagione invernale. Da Antalya alla Martinica, ora non mi ricordo quante miglia 5000, 6000, tante miglia.

A bordo con me c’erano Sonia e Gillo, l’equipaggio che mi accompagnava in quegli anni. Partimmo all’alba con il canto del muezzin e il cielo di tutti i colori. Dopo qualche miglio a motore il vento si mise a soffiare da ovest, giusto sul naso, e a rinforzare. Alle undici del mattino c’erano 35 nodi di vento contrario e noi avevamo fatto poco più di 20 miglia. Continuammo a saltare quelle onde corte fino all’indomani mattina quando finalmente arrivammo a Rodi esausti e naturalmente bagnatissimi oltre che tesi e preoccupati per il ritardo perchè avevamo ancora tutto il mediterraneo e tutto l’atlantico da attraversare.

Scesi a terra per comprare olio e filtri del motore che volevo cambiare prima di ripartire, così mi avviai a piedi sul molo verso il negozio di ricambi auto. Appena fuori dal porto vidi che c’era uno spettacolo di strada, era il mio amico Marco detto Girovago che intratteneva i passanti con la sua valigia magica. Passai sorridendo, ma senza fermarmi perchè appunto ero teso e pieno di pensieri. Non trovai i filtri, dovetti cercare a lungo in diversi concessionari per almeno due ore, poi finalmente tornai a bordo più nervoso di prima, ma per fortuna con i ricambi di cui avevo bisogno. Passammo tutta la giornata a preparare la barca per la traversata del mediteraneo. Oltre al servizio del motore, dovemmo cucire la randa che si era strappata con il ventaccio della notte precedente e poi pulire, fare la spesa, insomma il solito culo quadrato che ci si fa in quelle occasioni specie se hai fretta e appuntamenti di lavoro. Intanto il vento non aveva mai smesso di soffiare, ma noi eravamo decisi a partire l’indomani mattina all’alba e raggiungere la Spagna al più presto, in massimo dieci o dodici giorni ed altrettante notti.

Nel tardo pomeriggio Girovago che aveva terminato i suoi spettacoli, venne sul molo con la bicicletta, passò davanti alla barca gridando: – Hey amici naviganti, stakanovisti del mare, stasera tutti a cena a casa mia, ho una sorpresa che non potete perdere. Mi raccomando vi aspetto! – girò la bici e si diresse senza fermarsi verso la città vecchia dove si trovava casa sua. Noi, per quanto contenti dell’invito, pensammo che eravamo troppo stanchi e probabilmente non saremmo andati a quella cena. Finimmo i lavori e dopo una doccia in coperta crollammo tutti e tre seduti in pozzetto, stanchissimi. Come potevamo non accetare l’invito di Girovago? Non lo vedevamo dall’anno precedente e lui e sua moglie Federica, detta Rondella, erano tra gli amici più cari che avevamo su quell’isola anche se ci si vedeva di rado e poi lo spettacolo con la valigia era affascinante, chissà cos’era quella sorpresa di cui aveva accennato. Insomma un po’ per l’amicizia, un po’ per la curiosità ci avviammo verso la città vecchia con il mio sax in spalla.

Ci fu un tramonto tutto rosso, il vento forte rinfrescava l’aria, mi sembrò il primo tramonto di fine estate, era infatti l’inizio dell’autunno, ma per me, preso dall’ansia delle miglia che ancora dovevamo percorrere, quello era già l’inverno che si avvicinava veloce e l’ansia che avevo dentro a quel punto era insostenibile. Per fortuna che c’ero abituato, vivevo così da anni ormai, tra charter e traversate oceaniche, non per niente ci chiamavano “stakanovisti” del mare! Entrati nella città vecchia fummo travolti dal flusso dei turisti, migliaia di persone che passeggiavano serene in vacanza e noi sempre più tesi. Poi però per raggiungere casa di Girovago e Rondella uscimmo dal flusso principale e ci infilammo nelle stradine deserte dove i turisti non si inoltrano perchè buie e non segnalate.

Una fiaba, una via di mezzo tra una medina araba e una città medievale costruita dai crociati. Rallentammo il passo, incontrammo una coppia di gatti randagi in amore, e finalmente sentii il respiro calmarsi e il cuore battere ad un ritmo quasi normale. Sbagliammo un paio di vicoli, dovemmo tornare indietro, poi ancora un vicoletto e finalmente sentimmo nel buio la fisarmonica di Girovago che suonava una canzone francese, una musica da circo che lui usava per i suoi spettacoli. Presi il sax e lì sulla strada mi misi a suonare la stessa canzone, lui mi rispose e a battute di musica trovammo la casa in un altro vicoletto buio. Entrammo trionfanti tra le note della fisarmonica e quelle del mio sax. A quel punto non c’era più stanchezza, solo voglia di vivere. Girovago e Rondella hanno la capacità di farti tornare bambino, un entusiasmo, una passione e una determinazione da fare invidia anche agli avidi arrivisti che rinunciano alla vita per i soldi, e io ero ormai uno di quelli anche se incosapevolmente. Ma loro no, non rinunciano alla vita, Rondella e Girovago sono la vita! La casetta nella città vecchia, piena di pupazzi, marionette e strumenti musicali non può che ispirare e allora altra musica, danze e canzoni varie, sempre intercalate da quel pezzo francese da circo che divenne la colonna sonora della serata. Nel mezzo della stanza, tra i colori dei pupazzi e il suono degli strumenti musicali, c’era la sorpresa promessa: una carrozzina ben coperta dove Rugiada, la loro prima figlia di circa due mesi, dormiva felice. Baci abbracci, canzoni, cibo buono, ancora musica per ore e la piccola Rugiada che dormiva, o forse ci ascoltava proprio lì in mezzo alla stanza fino alle due di notte.     Quando mi accorsi dell’ora mi ritornò l’ansia, poi Girovago disse: -Ragazzi domani abbiamo uno spettacolo in un paesino proprio al centro dell’isola, potreste venire anche voi con il sax del capitano e la tromba di Sonia, così mi date una mano perchè Rondella sarà occupata con la bambina. Cosa ne dite? – Sonia che aveva lasciato la tromba in barca e quasi non la suonava mai, fece un salto di gioa: – Fantastico! – disse. Guardai Gillo che già sorrideva, ma la mia ansia di lavoratore scrupoloso si fece fortissima e dissi solo: – Non se ne parla nemmeno! Dobbiamo partire all’alba per andare in Spagna e poi da lì ai Caraibi, vi rendete conto di quante miglia abbiamo da percorrere? Andiamo a dormire che è meglio. – Misi nervosamente il sax nella custodia e cominciai a guardare torvo i miei compagni di viaggio fino a che Gillo e Sonia non poterono che alzarsi e dare inizio ai saluti di commiato. Lasciammo quella casa di sogni colorati sotto gli occhi delusi di Girovago e Rondella. Camminammo tra i vicoli bui e le piazzette fiorite di quella vecchia città fino a raggiungere il porto senza mai parlare, tutti e tre incantati dalla bella serata e dalla città medievale. Giunti a bordo crollammo a dormire, avevamo alle spalle quarantotto ore di lavoro duro più la serata di sogno passata con gli amici. Mi svegliai all’alba con il rumore di una forte raffica di vento che fischiava sull’albero, aprii gli occhi e cominciai a cantare quella canzone francese che la sera prima avevamo suonato tante volte, feci un sorriso ai miei compagni che si stavano svegliando nelle brande vicine e mi girai dall’altra parte facendo un gesto con la mano. Dormimmo tutti e tre fino alle dieci del mattino quando ancora un volta ci svegliò una forte raffica di vento. Era deciso ormai, quel giorno non saremmo partiti, si andava a fare lo spettacolo al centro dell’isola con Girovago e Rondella. Guardai fuori dal boccaporto, loro erano già lì sul molo che ci aspettavano col motore del furgone acceso, pronti a partire e cantavano quella canzone francese. Cinque minuti più tardi viaggiavamo tutti verso il centro dell’isola, pigiati nel furgone pieno di pupazzi e strumenti musicali, cantando tutti in coro e la piccola Rugiada ci osservava dal suo seggiolino, sembrava divertirsi un mondo.

Quando arrivammo al villaggio, di cui purtroppo non ricordo il nome, in cima ad una montagna al centro dell’isola, incontrammo il sindaco che ci fece vedere la piazza per lo spettacolo e poi il percorso della parata per attirare gli spettatori. Montammo un piccolo palco in mezzo alla piazza e Girovago mi diede una giacca rossa, un cappello nero e delle scarpe da clown, poi ci incamminamo per le vie del paese suonando e cantando mentre Rondella invitava la gente a seguirci con il megafono. In pochi minuti eravamo diventati un corteo. Persone di tutte le età si aggiungevano alla parata e ci seguivano cantando e ballando, tanti bambini e tanti anziani. Ricordo che passammo davanti ad un cortile dove due signore che sembravano avere più di ottant’anni, pigiavano l’uva saltellando a piedi scalzi dentro un grande contenitore di legno. Dovemmo aiutarle a scendere e poi anche loro a piedi scalzi ci seguirono ballando e lasciando le impronte rosse di mosto sul lastricato. Leggi il resto di questo articolo »

Il canto delle sfere – dal romanzo Pensa con la tua testa

La traversata dell’oceano, il solo pensiero di quell’avventura faceva paura perchè quando sei a terra il mare ti sembra anche più grande di quello che è, ma poi una sera in mezzo all’Atlantico, Marco sentì di essere nel posto giusto, lontano da terra, circondato solo dal mare. Si stava navigando in quella zona dove ci si dice: – Siamo a metà del percorso! – Ci furono un paio di giorni di tempo particolarmente bello, la barca avanzava lenta nel mare calmo, l’aliseo era calato quasi del tutto. Belle giornate di grandi pulizie, e alta cucina in mezzo all’oceano. Il terzo giorno di calma, Pietro il veterinario si esibì con un riso e lenticchie, risotto alla colombiana come lo chiamava lui, e tranci di tonno pescato alla traina. Dopo il pranzo andarono tutti a riposare, solo quelli di turno restarono in pozzetto. Ad un certo punto si sentì un urlo: – Aiuto, un sottomarino! – gridava Armando dal timone mentre indicava terrorizzato il mare sotto la barca. Marco corse fuori,  guardò giù e subito fece un salto indietro, poi guardò ancora e disse: – Ma no, è una balena! – Si era avvicinata da poppa, veloce e a testa bassa, sembrava volesse attaccare. Armando disse: – Guarda si gira di pancia, ci considera amici! Ci deve aver scambiati per un baleno! – L’animale passò sotto la carena sfiorandola di pochi centimetri con la pancia bianca, poi si allontanò, ma solo per qualche minuto: – Eccola sta tornando, la vedi, è lì dietro, guarda, te l’ho detto che sembra un sottomarino! – Il cetaceo si avvicinò a testa bassa minaccioso, ma all’ultimo momento offrì nuovamente il ventre allo scafo sfiorandolo in tutta la sua lunghezza. – Era andata a respirare – disse Marco. La balena infatti continuò a giocare in questo modo per molte ore, si presentava da poppa e passava sotto la barca di pancia, ma non si faceva vedere quando respirava, andava lontano a farlo, dove si sentiva sicura. Tutto l’equipaggio salì in coperta per vederla, [...] quell’animale era ben più grande della barca, la superava in lunghezza con tutta la coda. [...] Dopo un paio d’ore di giochi emozionanti, i componenti l’equipaggio tornarono alle loro attività sotto coperta, ma la balena continuava a divertirsi nello stesso modo senza però mai farsi vedere respirare.

Al tramonto, seduto sulla tuga, Marco aspettava di vedere le prime stelle per fare un buon punto nave in quella sera di mare calmo. L’orizzonte era ben visibile senza bisogno di cavalcare un’onda più alta delle altre. Gli astri sarebbero presto apparsi: Sirio, Vega, Venere, la Polare, lui sapeva già da che parte doveva guardare. Vide il sole rosso toccare l’oceano e poi sparire sotto l’orizzonte lanciando nel cielo un ultimo raggio di color verde. In quel momento udì un rumore d’acqua, la balena riapparve, venne a respirare proprio sotto di lui questa volta, come se volesse attirare  l’attenzione. – L’hai capito finalmente che ti puoi fidare! – disse Marco guardando il grande occhio di quel pachiderma che l’osservava con un sorriso lungo quasi due metri. Alzò gli occhi al cielo, c’erano tutti i colori di questo mondo, ma ci fu un altro consistente movimento d’acqua. La balena sollevò la testa tutta fuori, come se volesse essere accarezzata. Stette lì, sorridendo a pochi centimetri dal naso di Marco per una manciata di secondi che sembrarono durare molto più a lungo. Infine sbattè la guancia sulla superficie del mare calmo per tre volte, bagnando i presenti, in un caloroso gesto di saluto prima di immergersi. Anche la grande coda che apparve per ultima nella sua totalità, sembrò salutare tutti. Poi il silenzio.

La balena si perde negli abissi. Marco pensa al sole tramontato, guarda da quella parte, l’orizzonte gli sembra una linea curva. Vede la forma della terra. Per la prima volta percepisce con i propri occhi il pianeta come sfera. Guarda in cielo, altre sfere, Venere dove se l’aspettava e così Sirio e Vega con le stelle più grandi. Calmo, rileva con il sestante l’altezza di quegli astri sull’orizzonte, poi fa i calcoli per trovare la posizione. Ricorda a memoria le formule trigonometriche. Segna il punto sulla carta nautica, ma ha la sensazione di fare un lavoro inutile mettendo su un piano quello che può facilmente vedere in tre dimensioni. Mentre fa questo, canta una melodia solfeggiandola nota per nota: “Sol do mi re do fa ri mi sol. Fa sol fa …” Si accorge di essere in uno stato di particolare chiarezza mentale. Galleggia su una sfera di acqua e terra che gira su se stessa e attorno al sole. Capisce che l’acqua della sfera e l’aria intorno ad essa sono aspetti più o meno liquidi della stessa cosa, un tutt’uno con lo spazio ancora più fluido, ma anche con la terra stessa che ne è l’aspetto materiale, così come il suo corpo è l’aspetto solido della sua intangibile essenza vitale. Quella calma nell’oceano che è un tutt’uno con l’universo, è un tutt’uno anche con lui stesso.

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Articolo su Oltrepensiero

“Pensa con la tua testa”… non è poi così difficile !

«Il coraggio viene da un rapporto sincero con se stessi e con la coscienza che poi è tutto ciò che veramente esiste, fuori o dentro di noi. Possiamo anche fingere di non saperlo e vedere solo quelle che a me piace chiamare le illusioni materiali, ma questo ci porterà ad insoddisfazioni interminabili accompagnate forse da colpi di testa che, contrariamente alle apparenze, con il coraggio non hanno nulla a che vedere».

A parlare è Mario Caramel “padovano di Atene”[...].  Un tour in Italia con il suo libro “Pensa con la tua testa” (Ed. Kimerik) ed il duo MCfp, lo vedrà impegnato in un ciclo di presentazioni fuori dal comune e… un po’ all’antica..

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Cesar Carrion Artista in Costante Evoluzione

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Fine Gennaio 2004 avevo fatto un Natale lungo in Italia a casa con i miei, mi ero fermato un po’ troppo, ma poi finalmente partii per Ancona e mi imbarcai sul traghetto per Patrasso. Un viaggio che già conoscevo bene e che continuo a fare più volte l’anno come molti degli italiani ed europei che vivono in Grecia.

Brutto tempo quella sera, ventaccio da nordest sull’Adriatico e in più la partita di calcio, non so bene di quale campionato, comunque un evento internazionale molto importante. Il mio passato in mare mi impedisce di dormire in tali condizioni, lo so che gli addetti ai lavori conoscono il loro mestiere, con quel vento attraversano subito l’Adriatico per andarsi a ridossare sotto le coste della Dalmazia e poi scendono fino a Corfù in mare calmo con il vento che viene da terra. Buonissima strategia di navigazione, ma la partita di calcio, dove la mettiamo?

Insomma quella sera non mi fidavo e passai la notte in coperta a controllare l’ufficiale di guardia. Lui nella bella cabina di pilotaggio al calduccio e io fuori, con la mia giacca impermeabile, guanti e cappello, sotto la pioggia e il vento forte di fine Gennaio. Lo osservavo, sembravo un maniaco. Non volevo che mollasse tutto per andare a vedere la partita. Era successo proprio qualche mese prima, un traghetto si era schiantato su uno scoglio per colpa dei mondiali di calcio.

Comunque quell’ufficiale non si era mosso, aveva fatto bene il suo mestiere, e verso mattina quando già navigavamo in acque calme a ridosso dell’Albania, capii che ero stressato, stavo attraversando un periodaccio, finalmente andai a dormire.

Al mio risveglio guardai fuori, l’ho già detto, conosco quel percorso a memoria, si è già capito, ho una grande considerazione della mia esperienza di navigatore, già lo so, sono un po’ ridicolo, ma in mare non mi fido di nessuno, guardai fuori e capii subito dove eravamo. Stavamo entrando nel canale tra Levkas e Itaka,  ormai in Grecia, mancava solo l’ultimo tratto tra le belle isole ioniche e poi la baia di Patrasso. Passeggiai per i saloni della nave, il self-service, il bar fumoso, il casinò.

La gente si svegliava dopo la notte di mare mosso, molti camionisti abituati al viaggio, qualche rappresentante, pochi turisti greci che rientravano da una lunga vacanza, tutti parlavano ad alta voce e fumavano come dei turchi. Passai da un corridoio dove c’era attaccata al muro una carta dell’Adriatico e dello Ionio, una coppia di giovani la stava guardando attentamente.

Carini neanche ventenni, lei piccola piccola e dalla pelle molto scura, ma con i capelli lisci, chiaramente di origine indiana, lui invece europeo, un giovane spagnolo alto e dinoccolato con un bel sorriso intelligente. Passando mi accorsi che la ragazza indicava la carta nautica, aveva il dito proprio su Itaca e disse al suo amico: – Siamo qui! -

Mi fermai e dissi: – Brava è giusto, siamo davanti a Itaca, l’isola di Ulisse. -

Lei mi sorrise, ma di Ulisse non aveva mai sentito parlare, lui invece fece un’esclamazione di giubilo e si presentò: – Piacere io sono Cesar e lei è Charù – mi fece in tono molto simpatico e con quel bel sorriso. Sembravano molto stanchi, un po’ sporchi, dovevano aver dormito per terra da qualche parte sulla nave, mi presentai anch’io:

- Piacere Mario o Ciccio come volete. Posso offrirvi un caffè o una pasta? -

Ancora il sorriso intelligente di Cesar rispose senza parole, ci sedemmo ad un tavolino e finimmo per ordinare una colazione abbondante per tre.

- Dove andate? Siete in vacanza? – Chiesi curioso perchè in quella stagione non è normale incontrare turisti, forse erano anche loro residenti in Grecia?

Ricordo che era l’inizio del 2004, eravamo tutti in guerra per il petrolio, non l’America o l’Inghilterra, tutti, facciamo parte della stessa macchina da guerra anche noi, abbiamo solo un ruolo diverso, quello dei buoni, ma è inutile dar sempre la colpa agli altri, siamo coinvolti come loro. Comunque la risposta di Cesar mi lasciò di stucco: – Andiamo a fare una camminata, da Patrasso ad Atene a piedi come gli antichi. -

La ragazza sorrise tutta contenta: – Basta con questo petrolio. A piedi !  -

Restai a bocca aperta, quei due giovani diciottenni davano una lezione al mondo e non facevano neanche pubblicità all’impresa. – E per dormire, andrete in albergo? – Chiesi curioso, ma Cesar rispose subito: – No, abbiamo la tenda e i sacchi a pelo, dormiremo in spiaggia. -

Guardai fuori, si vedeva già la costa vicino a Patrasso, tutto era coperto di neve,  poi guardai la giovane coppia e pensai che dovevano essere ben attrezzati con i sacchi a pelo da montagna e cose del genere perchè faceva tanto freddo per dormire in spiaggia. Pagai la colazione e diedi il mio numero di telefono a Cesar:      - Se avete bisogno di qualcosa chiamatemi e quando arrivate ad Atene, se volete, venite a farvi una doccia a casa mia. Bravi mi piace molto l’idea della camminata da Patrasso ad Atene. E’ stato un grande piacere conoscervi, ciao. -

Mi alzai per andare a preparare la mia roba e raggiungere il garage della nave dove si trovava la mia macchina. I due mi ringraziarono  per la colazione e poi mi abbracciarono come se fossimo già veri amici, ed era proprio così, quei due giovani che potevano essere i miei figli e che non avevo mai visto prima, erano molto più vicini a me di tanta gente della mia età che conoscevo da anni. Lungo la strada per raggiungere Atene  pensai più volte a loro, tutto era ghiacciato o coperto di neve: – Dormire in spiaggia con questo gelo, mah! -

Quei due dovevano essere ben equipaggiati con delle moderne attrezzature da montagna, poi mi distrassi pensando a tutto quello che avevo da fare ad Atene. Arrivai a casa e ripresi la mia vita metropolitana, solo di nome perchè di fatto io vivo come se fossi in un paesino, limoni e aranci nel piccolo giardino, le mie piante medicinali in terrazza, dall’aloe vera ai peperoncini piccanti e il resto viene da dentro, potrei essere ovunque. Bè ovunque ci sia una connessione  con la rete, perchè devo pur sempre lavorare.

Passarono quaranta giorni, poi una sera chiamarono Cesar  e Charù, erano arrivati, mi aspettavano seduti vicino all’Acropoli. Corsi a prenderli, li portai a casa, avevano camminato per quaranta giorni, dormito in spiaggia abbracciati nello stesso sacco a pelo con il ghiaccio nei capelli, lo vidi era un sacco a pelo estivo, una presa in giro, niente attrezzatura costosa. Avevano conosciuto la Grecia che pochi turisti conoscono. La gente del luogo, vedendoli passare a piedi, li aveva invitati a casa, offerto loro da mangiare e regalato dolci e frutta.

Ora non racconterò tutta la loro storia perchè sarebbe troppo lunga, comunque Charù aveva 20 anni, era nata a Calcutta e poi trapiantata in Europa attraverso dolori e vicissitudini. Cesar invece, più giovane di un anno, era nato a Madrid e studiava  pittura all’accademia delle belle arti. Si fermarono a casa mia per un paio di mesi. Mi aiutarono a fare la manutenzione di una bella barca che avevo in gestione, impararono molto del mestiere del marinaio. Mi colpì quella sete di apprendere che entrambi avevano, e certo, imparavano perchè lo volevano.

Un giorno andammo a vedere un concerto di chitarra spagnola in un conservatorio nel centro di Atene.

Vivere con Cesar e Charù mi ispirò così tanto che finii per iscrivermi a quello stesso conservatorio che frequentai poi per cinque anni a tempo pieno, nuovamente partecipe della capitale in cui vivo.

Ho raccontato questa storia perchè oggi vorrei presentarvi Cesar un artista in costante evoluzione, uno che ci crede

Clicca qui per vedere le sue opere Mario Caramel

It Don’t Mean a Thing if…

It Don’t Mean a Thing if it Ain’t Got That Swing

Non Significa Nulla se Non c’è Quello Swing

“Nel gergo musicale “avere swing” o “swingare” significa essere musicalmente espressivi e comunicativi: in questo senso lo swing può essere la caratteristica di un brano, di una formazione o di un singolo artista.  L’opposto (non avere swing) è considerato un grandissimo difetto.” -Wikipedia Jazz Portal

Possiamo applicare la stessa regola anche nella vita? In quale modo?

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