Rientro Natalizio Dicembre 2009

Le cinque del mattino, la città dorme, le strade sono deserte. Solo noi, tre uomini rimasti ragazzi, camminiamo sotto i portici come quando, poco più che adolescenti, tornavamo dai concerti. A quest’ora ci sembra di possedere la città, non ci sono le automobili che invece la fanno da padrone nelle ore diurne. Perdo anche la cognizione del tempo, potremmo essere nel 1600, o prima. Guardo la Specola. Galileo la raggiungeva a remi nella vecchia città fluviale. Ma poi … eccoli! Una macchina della polizia ci supera rombando, frena, si ferma e fa retromarcia verso di noi. Ci guardano, seri in volto, scrutano attentamente, minacciosi, poi capiscono che siamo italiani, accelerano e se ne vanno.

Ora ricordo! Ritrovo la nostra epoca e i miei quasi cinquant’anni. Quando eravamo ragazzi le cose andavano diversamente. A quei tempi si sarebbero fermati, ci avrebbero controllato i documenti e frugato le tasche in cerca di qualche scusa per rovinarci la passeggiata. Oggi quel tipo di trattamento è riservato agli immigrati che non hanno difese, e sì, perchè noi invece potremmo essere delle persone importanti o protetti da tali persone, meglio lasciarci in pace.
A quanto pare, grazie all’arrivo degli stranieri, noi siamo divenuti  veri cittadini con dei diritti, protetti dalla polizia che veglia per la nostra sicurezza. Bella sensazione!
Ci siamo incontrati ieri sera in piazza, dopo almeno vent’anni, forse più. Abbiamo cenato risi e bisi alla vecchia latteria del centro e poi passato una notte di musica, racconti e risate a casa della nostra vecchia amica Paola. Se ci penso, mi sembra impossibile. Solo trentasei ore fa ero in mezzo al mare, sotto la pioggia, in viaggio attraverso gli oceani, in altri continenti. Quando torni a casa, ti sembra di non essere mai partito.
Continuiamo a camminare verso il nostro quartiere, quello dove siamo cresciuti.
Vediamo una luce poco più avanti sotto il portico. Il crafettaro lavora ancora come quando eravamo ragazzi! Comincia alle quattro tutte le mattine, prepara i bomboloni per i bar della città che sta per svegliarsi. Ci avviciniamo alla bottega. La porta è aperta, la saracinesca abbassata, lui è dentro che impasta, poi smette, apre il forno, estrae un vassoio e si avvicina per mostrarcene il contenuto. Compriamo sei bomboloni caldi. -Ma come è possibile che non sia invecchiato proprio per niente? Sono passati più di vent’anni! – Chiedo ai miei due amici che vivono qui da sempre.
- E’ il figlio. Hai visto, è identico a suo padre e parla anche nello stesso modo! – Franco mi risponde con la bocca piena, mentre si sbrana uno di quei manicaretti. Ha il naso imbiancato dallo zucchero a velo e due rivoli di crema che fuoriescono dai lati della bocca, ma non importa, a quest’ora del mattino sotto i portici della nostra città, il bombolone del crafettaro è l’ultimo piacere prima di andare a dormire e lo puoi mangiare come vuoi, a quest’ora non ci si scandalizza più! Le ultime risate e poi gli abbracci di commiato, ognuno per la sua strada verso casa.
Rimasto solo, passeggio lentamente ascoltando i passeri che cantano al loro risveglio. Le prime luci dell’alba però, mi infastidiscono, mi danno una sensazione di cerchio agli occhi, preferisco il buio. Mi affretto, voglio andare a letto prima che sia giorno.
Davanti al portone di casa estraggo da una tasca il mazzo di chiavi che mia mamma mi ha consegnato al mio arrivo. Troppe! Devo provarle tutte prima di trovare quella giusta, poi mi accorgo che è la verde, lei me l’aveva anche spiegato, ma io pensavo ai fatti miei mentre mi parlava. Apro cautamente per non far rumore, entro e richiudo dietro di me. Salgo le scale al buio come quando vivevo qui, conosco a memoria il percorso fino alla mia camera, non ho bisogno di vedere, anche se sono passati tanti anni. Queste scale le ho salite a tutte le ore e in tutte le condizioni psicofisiche immaginabili, a parte ubriaco che non è mai stata la mia passione. Quando arrivo su, vedo che mia mamma ha la luce accesa. –
E’ già sveglia? O forse non l’ha mai spenta aspettando il mio rientro? – Faccio finta di niente: – Sono un adulto, ho girato mezzo mondo, posso tornare all’ora che mi piace! - penso mentre continuo al buio fino in camera. Entro e chiudo la porta dietro le mie spalle. Mi butto a letto senza spogliarmi. Penso per un attimo a dove mi trovo: finalmente a casa, che bello! Mi rilasso ascoltando i passeri cantare, o forse chiacchierare, chissà cosa si raccontano. Sono contento di essere qui, ma ho una sensazione di nausea per la crema dei bomboloni appena divorati. Mi addormento. Sogno il mare, il vento e le onde che mi spingono verso la meta, la gioia dell’arrivo a terra, ma poi … ancora la polizia. Scendono dalla gazzella, vengono verso di me, hanno qualcosa in mano, qualcosa di minaccioso, mi allontano, mi seguono. Uno ha una grossa siringa, vuole farmi un prelievo, vuole sapere cosa ho fatto, cosa ho ingerito negli ultimi tre mesi. L’altro invece ha una siringa più piccola infilata in una bottiglietta, vuole farmi il vaccino per l’influenza. Aumento il passo, mi allontano ancora di più, scappo correndo, loro mi seguono, con quegli aghi, vogliono il mio sangue, ma non dovevano proteggermi?
Continuo a scappare fino a che: – Dindon! Dindon, dindon! – Il campanello mi sveglia – Chi è adesso che rompe di domenica mattina? – barcollando vado alla finestra per guardare fuori dalle fessure della persiana. La poca luce grigia mi abbaglia come se fosse il sole dell’ Africa – Ma chi è? Sono gli zii che come ogni domenica, arrivano puntuali a mezzogiorno per il pranzo di famiglia, non potevano arrivare un po’ più tardi? – La testa mi gira in un vortice, ho la nausea. Corro in bagno mentre non so più quanti anni ho. Sono io quell’adolescente scapestrato che si svegliava in questa casa con i postumi di qualche pericoloso stravizio molto potente. Tutto il mio passato di ribelle intossicato mi ripiomba addosso accompagnato da un senso di colpa verso la mia famiglia che mi ha visto soffrire. L’autolesionismo ha spesso un movente logico per l’autore, ma incomprensibile ai più. E’ quasi impossibile farsi del male senza ferire anche altri, ne risulta un massacro di massa, ma io questo l’ho capito già tanto tempo fa e infatti, quando sono andato a letto, ero quasi lucido, solo un po’ stanco per non aver dormito. Mi guardo allo specchio, non c’è speranza, sembro un tossico anche se mi sono comportato bene. Quando sei bollato, sei bollato, non ti salvi più! Mi lavo la faccia e i denti, mi guardo di nuovo, niente da fare, l’aspetto è anche peggiorato e adesso devo uscire da questo bagno e andare a salutare gli zii!
Apro la porta, esco nel corridoio, sento la voce…

Mario Caramel – Foto Stefano Fogato http://www.myspace.com/stefanofogato

Lascia un Commento