Tutto è Numero – Tratto dal romanzo Pensa con la tua Testa
Capitan Marco ad Atene 1998 – 2007
Nulla è fuori della portata di chi sa contare fino a nove. Leggo una storia che parla del fiume presso il quale Socrate discuteva coi suoi allievi. Atene però faccio fatica a riconoscerla, di fiumi poi, neanche l’ombra. Eppure sento qualcosa di molto particolare in questa città, ma sembra sommerso dalla giungla di cemento, lo smog e il traffico maleducato, così maleducato che spesso copre tutto.[...] sento che questo è il posto giusto per continuare la mia crescita, c’è qualcosa che devo imparare qui!
Ora che vivo sulla terraferma, penso molto a cosa significa essere un uomo di mare. La prima cosa che mi viene in mente è la versatilità, ho dovuto imparare di tutto in questi anni e allora cos’altro potrei fare se volessi smettere di portare i turisti in barca a vela? Ho pensato molto ai marinai del passato:
Guerrieri? No, non fa certo per me. Almeno per ora, visto che nessuno sta fisicamente attaccando i miei cari.
Pescatori? Un’arte che mi affascina, base della marineria. Ma io non posso, non riesco più ad uccidere i pesci, ho già dato. Oggi sono vegetariano e preferisco trovare qualcos’altro da fare, almeno finché è possibile.
Contrabbandieri? Sinceramente l’idea in sé non mi disturba troppo, ma se poi ci penso, cosa dovrei trasportare? Rifiuti tossici? O ancor peggio, persone disperate in fuga da realtà tragiche, spesso provocate proprio dal nostro sistema? Non posso neanche pensarci!
Commercianti mediatori tra diverse culture? Sì, questo sono io. Un mediatore tra le culture: quando negli Anni Ottanta portavo un turista europeo in vacanza in posti lontani aiutandolo a capirne le regole e ad apprezzarne le usanze, i cibi, la musica, ero un mediatore, aiutavo le persone di culture diverse a comunicare.
Questa definizione mi piace, l’accetto e faccio mia: quando smetterò di navigare diventerò un mediatore! Ed eccomi qua, rappresentante esclusivo in Grecia per un colorificio olandese che produce pittura antivegetativa, quella con cui si colora la carena contro la crescita di vegetazione che rallenterebbe il cammino della barca. La mia antivegetativa è la prima al mondo a rispettare l’ambiente marino pur garantendo una carena perfettamente pulita. Questo fatto mi fa sentire ancora meglio, uso il messaggio ecologico per la pubblicità e mi piace tantissimo. Purtroppo però non piace assolutamente ai miei potenziali clienti: “L’antivegetativa per essere buona dev’essere velenosa!” – dicono, ma io non mi lascio intimidire dalle prime difficoltà, sono determinato, so di essere sulla giusta rotta, so che ce la farò. Ho attraversato tanti oceani, attraverserò anche questo oceano di ignorante indifferenza. C’è anche un altro motivo per cui mi trovo qui: ho deciso di dare ascolto a chi durante tutta la vita mi ha fatto sentire in colpa per avere la “fortuna” di navigare: “Ah tu che fai la bella vita in barca a vela in giro per gli oceani, cosa ne sai dei problemi che abbiamo noi che siamo qui a farci il culo?”. Mi son sentito dire tante volte. Io non c’ho mai fatto caso, o almeno così credevo, ma purtroppo il seme dell’insicurezza dà i suoi frutti anche nei terreni più aridi.
Eccomi qui a lavorare in qualcosa che non sia anche un piacere o una passione, come se soffrire fosse condizione “sine qua non” per potersi considerare una persona per bene. [...] Ho un negozio in centro ad Atene e anche un socio, [...] crede che presto crollerò e gli lascerò tutto, anche lui mi considera fortunato per la vita vissuta in mare, pensa che non ce la farò a resistere. Intanto parla sempre di milioni di dracme. Sento parlare continuamente di numeri, migliaia, milioni, sembra che a certe persone provochi un piacere particolare parlare di numeri grossi con tante cifre e tanti zeri. Adesso nessuno mi può più dire che non mi faccio il culo. Non che andare per mare fosse facile! Ma come glielo spieghi? Vivo in una piccola casa di quelle che i greci costruivano al loro arrivo nella capitale dalle isole o dalle campagne. Un cubo col tetto a terrazza e una vite americana che dovrebbe fare ombra, due stanze, solo pianterreno. Bagno e cucina sono fuori nel cortile, naturalmente circondato dai palazzi. Tutti possono affacciarsi alla finestra e vedere se lo straniero, io, sta cucinando o se è in bagno o cos’altro stia facendo. Ma il signor Kostas, il padrone di casa, proprietario anche del mio negozio, è una persona adorabile, sono felice di stare qui e l’affitto è bassissimo. Nei mesi caldi la casa è un forno nel vero senso della parola. Compro il pane fresco, lo appoggio sul tavolo, poi esco in cortile a preparare da mangiare e poco più tardi, quando rientro, il pane è già duro, biscottato dal caldo torrido. Non so quanto mi fermerò ad Atene, per questo adotto un comportamento minimalista, anche aiutato dalle letture dei filosofi antichi o forse più semplicemente dagli scarsi guadagni. Ho una sola pentola, una caffettiera e un fornelletto, il wc in una cabina in cortile e la doccia è un tubo di gomma. Quando fa molto caldo, ho notato che i miei anziani vicini si siedono al balcone avvolti in lenzuola umide, così faccio anch’io la stessa cosa, bagno il lenzuolo e chiacchiero con il ventilatore che lo tiene fresco. Presto diviene il mio migliore amico, per lunghi periodi il mio unico interlocutore al di fuori del lavoro. A volte mi risponde con un cigolio che scambio per risposta profonda alle mie dissertazioni, spesso lamenti inutili di un uomo disperato alla ricerca di se stesso.
– Ma dov’è quel fiume? – mi chiedo ad alta voce.
– Cosa vuoi, sarà sommerso nel cemento o rinsecchito sulle montagne bruciate dagli incendi dolosi che generano altro cemento! – mi dice il socio col tono superiore da persona concreta che pensa sempre ai soldi e si sente nel giusto per questo, anche se in realtà combina ben poco.
L’Ilissos già duemila anni fa era poco più di un ruscello che scorreva a sud della capitale. Decido di andarlo a cercare visto che fuori c’è un po’ di vento e in casa invece il caldo ti impedisce anche di pensare. Alle sei e mezza del pomeriggio, dopo una doccia veloce con la gomma in giardino, parto alla ricerca del fiume di Socrate. Mentre cerco di raggiungere la zona che credo essere quella descritta sul libro, mi trovo più volte ad interagire coi tipici abitanti delle città caotiche, stressati dal traffico e dai debiti e come se non bastasse, pieni di caffé e sigarette[...] Ad un certo punto non so più dove mi trovo, ma vedo un buco tra le auto parcheggiate caoticamente, mi fermo e ci lascio la macchina infuocata dal caldo con tutte le finestre aperte e le chiavi su. Confuso, lancio uno sguardo al nome della via per ritrovarla più tardi: “Omirou”. Mi incammino nel caldo della città pensando che è un buon segno lasciare la macchina in una via dedicata ad Omero. I marciapiedi sono impraticabili, occupati dai motorini parcheggiati o semplicemente troppo sporchi per camminarci sopra. I palazzi intorno, opprimenti. Attraverso una strada, il traffico, i claxon, ancora un vicolo, ancora sporco. Da due anni in questa giungla di cemento sporco, io, un marinaio abituato all’aria di mare, mi sento perso nella spazzatura! Il peso della solitudine mi schiaccia al suolo, come se dovessi strisciare ancora più in basso tra i topi e gli scarafaggi. Quella stessa solitudine che vorrei tanto saper apprezzare, oggi mi tortura.[...] Confuso, continuo a camminare tra i vicoli, mi manca l’aria, faccio fatica a respirare. Penso di lasciar perdere, di tornare a casa. – È tutto ridotto uno schifo, non c’è più speranza! – ma non voglio dar ragione al mio socio. Alzo lo sguardo e vedo tra due palazzi un rettangolo di cielo azzurro. Quell’azzurro tipico dell’Attica e dell’Egeo, lo conosco bene io che vengo dal mare. Fa ancora molto caldo. Seguo il colore del cielo dietro un palazzo e improvvisamente… un po’ d’aria mi rinfresca il viso sudato. Una piccola piazza con del verde si apre davanti a me a forma di rettangolo in dolce salita. Non sento più il traffico, solo il vento sulle foglie di una palma. Fiori bianchi e rossi di una buoganville svolazzano nell’aria di questa piccola oasi, la palma rigogliosa mi accoglie come se fosse la porta di un tempio e dietro a questa, un ulivo in cima alla collinetta sembra il centro del mondo. Credo di sentire un corso d’acqua. Ancora un po’ d’aria mi rinfresca. Passo sotto l’arco creato dalle grandi foglie della palma e cammino verso l’ulivo. Il traffico, lo sporco, la disperazione, sono già spariti dalla mia mente. Non mi importa di essere solo, né mi preoccupa la mia miseria, sento di essere nel posto giusto e di andare nella giusta direzione! Il cielo è azzurro come in mezzo al mare, l’aria è piacevole, il verde dà finalmente un po’ di riposo agli occhi stanchi mentre si sente il suono del vento tra le foglie. Una cicala smette di cantare quando mi avvicino, adesso sento bene, c’è anche dell’acqua che scorre. Avanzo ancora un po’ per trovarla. Salgo la collinetta verso l’ulivo, bellissimo sembra salutarmi con le sue foglie che, ondeggiando al vento, cambiano tonalità di verde. Ma… un momento! Si muove troppo, qualcuno lo scuote? Non sono solo, qui! Per un attimo credo di ricadere nella confusione quando vedo un uomo con barba e capelli bianchi che mi osserva, la faccia burbera, mentre scuote l’ulivo con fare aggressivo, ma poi… quattro olive cadono al suolo. Lo sguardo dell’uomo si addolcisce e lentamente si trasforma quasi in un sorriso. Io, stupito e scosso dalla presenza imprevista di quella persona, mi fermo mentre sento un brivido fin sopra i capelli. Guardo l’uomo, magro, avvolto solo in un lenzuolo, la barba bianca lunga. Resto fermo anche quando sento l’istinto di chiedere scusa per il disturbo, ma non dico assolutamente nulla e non mi muovo. “Tetrachtis”, dice lui. Immobile, lo guardo ancora stupito, un po’ per il suo aspetto, tra il clochard e il sofista, un po’ perché non capisco quello che dice, anche se mi mostra quattro dita della mano sinistra. Allora l’uomo raccoglie le olive cadute dall’albero al mio arrivo, me le mostra e dice: – Uno più due più tre più quattro uguale dieci. Sai cos’è l’anima? Tu che vieni da lì? – indica l’angolo della piazzetta da dove mi ha visto arrivare, poi continua – Lo sai cos’è l’anima? – come assumendo che chi viene da lì non sappia dell’esistenza dell’anima – Uno più due più tre più quattro uguale dieci, cioè Uno consapevole! Se hai coscienza di chi sei non hai bisogno di sapere nient’altro! Ma non sono sicuro che tu abbia questa consapevolezza, mi sembri ancora un po’ confuso, vieni, siediti qui, bagnati le la labbra. – mi fa segno di avvicinarmi indicando al suolo un buco con dell’acqua. Sento il suono d’acqua corrente, come se ci fosse un ruscello, ma si vede solo questa piccola pozza rotonda attraversata da qualche bollicina che ne testimonia il continuo movimento. Mi siedo per terra, guardo l’acqua limpida, la tocco: è fredda. Con la mano ne prendo un po’, la porto alla bocca, mi bagno le labbra e il collo. Un brivido di refrigerio mi fa pensare alle montagne dei Balcani in primavera. Non è il fiume che cercavo, ma in quanto a purezza e freschezza, non c’è niente da dire! L’uomo ricomincia a parlare:
– Nove è niente. Zero è tutto. Quando conti fino al nove, poi c’è ancora uno e puoi solo aggiungere zero per avere consapevolezza del tuo contare. Cerca lo zero dentro di te, dopodichè, non c’è più alcun bisogno di continuare a contare. – Lo guardo inebetito, non capisco se mi stia prendendo in giro o se faccia sul serio, quello che dice sembra una folle fantasia, che sia una grande verità? Non so cosa dire, lui se ne accorge e mi guarda quasi con compassione. Poi pulisce un pezzettino di terreno con la mano sinistra e con un bastoncino scrive sulla terra: 272 + 272 = … e mi guarda aspettando una risposta. Velocissimo scrivo con il dito indice: 544 mentre penso che qui non si scappa, la matematica non è un’opinione. Lui sorride come per dire:
– Sapevo che avresti fatto questo banale errore. – Io ci penso e ci ripenso, ma non trovo altra soluzione. Allora l’uomo scrive ancora sul terriccio: 272 + 272 = 4 e poi scrive: 272 = 2 cioè 2+7+2 = 11 cioè 1+1 = 2. – Somma le cifre, invece di sommare come fanno i comuni mortali e continua: 2 + 2 = 4, risultato: 272 + 272 = 4, come 544 = 13 = 4.
È pazzo! – penso io mentre lo guardo diffidente, ma lui mi dà il bastoncino dicendo: – Prova anche tu! Lo puoi fare con qualsiasi numero, li puoi ridurre tutti a una sola cifra e i conti tornano sempre! [...] Prova e vedrai! Niente è fuori della tua portata se sai sintetizzarlo e vederlo come una sola cifra! Niente è più grande di te. Quello che importa è l’essenza. – dice indicando nella pozza l’acqua fresca – Non il superfluo che c’è intorno” e alza le braccia come ad indicare la città di cemento. Proprio in quel momento sento il rombo di un motorino senza marmitta che passa in una strada vicina e mi ricordo dove mi trovo. L’uomo è già altrove, ancora seduto davanti a me, ma assente, fa un cenno con la mano come se si stesse allontanando ancora di più. La nostra conversazione è finita, non c’è altro da dire. Resto ancora un po’ seduto, osservo l’acqua e rivedo le montagne innevate. L’uomo davanti a me, immobile, sembra non esserci più. Sento ancora una moto passare, inseguita da un claxon aggressivo. Capisco che è ora di andare. Mi alzo cercando di non far rumore, come per non svegliarlo, ma mi rendo conto che nulla può distogliere quest’uomo dalla sua estasi. Accenno un debole inchino mentre mi allontano giù dalla collinetta. Passando vicino alla palma vedo alcuni passeri sfrecciare veloci, saluto anche loro con un movimento del busto in avanti e, dando un ultimo sguardo veloce a quella piccola oasi, continuo a scendere[...] Un attimo dopo, sono di nuovo perso nel cemento ma, distratto dall’incontro appena avvenuto con quell’uomo, e da ciò che mi ha detto, non faccio molto caso allo sporco, né al rumore del traffico e tanto meno mi accorgo che non so più dove mi trovo né dove sia la macchina. Questi vicoli ora sono diversi, come se avessero perso il potere di opprimermi. Cammino un po’ a caso, senza tanto mettere a fuoco la bruttezza che mi circonda o le persone che incrociano il mio passaggio. Dopo circa una decina di minuti di questo vagare, guardo le macchine parcheggiate e mi sembra di vedere anche la mia poco più avanti, leggo la tabella col nome della via: “Omirou”. La macchina è lì, aperta, con le chiavi su, come l’avevo lasciata;[...]
Ancora pochi minuti e sono avvolto nel lenzuolo di fronte al ventilatore. Non so neanche se ci sono andato davvero a cercare il fiume. Penso ai numeri e a quell’acqua freschissima. Penso alla sintesi del ridurre tutto ad una sola cifra. Ci provo ancora e mi rendo conto che è proprio vero, se sommi le cifre di un numero di qualsiasi grandezza, ottieni una sola cifra che gli corrisponde e, quando vai a verificare, i conti tornano sempre. Forse quel tipo aveva ragione. È tutto più semplice di quanto sembra e non è il caso di farsi prendere dal panico. Mai! Niente è troppo difficile o troppo complesso se manteniamo la calma e sappiamo sintetizzarlo alla sua essenza, perché, come dice lui, quest’ultima non sarà mai più grande di un numero ad una sola cifra dall’uno al nove. Il traffico, che troppo spesso mi aveva oppresso e anche impaurito, adesso non era stato un problema perché l’avevo guardato con distacco, come dall’alto, senza la paura di perdermi. Non più un milione di automobili e motorini, centomila taxi e autobus che mi confondevano, offendevano o prevaricavano.
Ancora una volta sta a me scegliere: se lasciarmi schiacciare dai grandi numeri per ritrovarmi al livello di topi e scarafaggi, magari ad ingannare i miei stessi compagni, o se elevarmi con i numeri ad una sola cifra verso l’essenza dell’essere e vedere il traffico e tutto il mondo dall’alto mentre raggiungo le mie mete come dal mare.[...]
La mia vita ad Atene non è più la stessa, sento la presenza del mare e del cielo azzurro anche quando non li posso vedere, incontro persone di tutti i tipi tra cui alcuni diventano cari amici. Questo per me è un posto sincero, è quello che vedi, la gioia di filosofare seduti per ore in una piazzetta ventilata e le incazzature più bestiali se solo provi a voler pianificare, è la musica, il teatro ma anche il traffico, lo smog, le proteste di piazza. L’ho sentita definire una metropoli fatta a mano e credo che lo sia in buona parte. Un posto che non si nasconde dietro le regole, che quasi non ha una falsa facciata pulita, [...] e ogni volta che guardi l’Acropoli sembra aver recuperato un altro pezzo della sua antica bellezza.
Mario Caramel