Il canto delle sfere – dal romanzo Pensa con la tua testa

La traversata dell’oceano, il solo pensiero di quell’avventura faceva paura perchè quando sei a terra il mare ti sembra anche più grande di quello che è, ma poi una sera in mezzo all’Atlantico, Marco sentì di essere nel posto giusto, lontano da terra, circondato solo dal mare. Si stava navigando in quella zona dove ci si dice: – Siamo a metà del percorso! – Ci furono un paio di giorni di tempo particolarmente bello, la barca avanzava lenta nel mare calmo, l’aliseo era calato quasi del tutto. Belle giornate di grandi pulizie, e alta cucina in mezzo all’oceano. Il terzo giorno di calma, Pietro il veterinario si esibì con un riso e lenticchie, risotto alla colombiana come lo chiamava lui, e tranci di tonno pescato alla traina. Dopo il pranzo andarono tutti a riposare, solo quelli di turno restarono in pozzetto. Ad un certo punto si sentì un urlo: – Aiuto, un sottomarino! – gridava Armando dal timone mentre indicava terrorizzato il mare sotto la barca. Marco corse fuori,  guardò giù e subito fece un salto indietro, poi guardò ancora e disse: – Ma no, è una balena! – Si era avvicinata da poppa, veloce e a testa bassa, sembrava volesse attaccare. Armando disse: – Guarda si gira di pancia, ci considera amici! Ci deve aver scambiati per un baleno! – L’animale passò sotto la carena sfiorandola di pochi centimetri con la pancia bianca, poi si allontanò, ma solo per qualche minuto: – Eccola sta tornando, la vedi, è lì dietro, guarda, te l’ho detto che sembra un sottomarino! – Il cetaceo si avvicinò a testa bassa minaccioso, ma all’ultimo momento offrì nuovamente il ventre allo scafo sfiorandolo in tutta la sua lunghezza. – Era andata a respirare – disse Marco. La balena infatti continuò a giocare in questo modo per molte ore, si presentava da poppa e passava sotto la barca di pancia, ma non si faceva vedere quando respirava, andava lontano a farlo, dove si sentiva sicura. Tutto l’equipaggio salì in coperta per vederla, [...] quell’animale era ben più grande della barca, la superava in lunghezza con tutta la coda. [...] Dopo un paio d’ore di giochi emozionanti, i componenti l’equipaggio tornarono alle loro attività sotto coperta, ma la balena continuava a divertirsi nello stesso modo senza però mai farsi vedere respirare.

Al tramonto, seduto sulla tuga, Marco aspettava di vedere le prime stelle per fare un buon punto nave in quella sera di mare calmo. L’orizzonte era ben visibile senza bisogno di cavalcare un’onda più alta delle altre. Gli astri sarebbero presto apparsi: Sirio, Vega, Venere, la Polare, lui sapeva già da che parte doveva guardare. Vide il sole rosso toccare l’oceano e poi sparire sotto l’orizzonte lanciando nel cielo un ultimo raggio di color verde. In quel momento udì un rumore d’acqua, la balena riapparve, venne a respirare proprio sotto di lui questa volta, come se volesse attirare  l’attenzione. – L’hai capito finalmente che ti puoi fidare! – disse Marco guardando il grande occhio di quel pachiderma che l’osservava con un sorriso lungo quasi due metri. Alzò gli occhi al cielo, c’erano tutti i colori di questo mondo, ma ci fu un altro consistente movimento d’acqua. La balena sollevò la testa tutta fuori, come se volesse essere accarezzata. Stette lì, sorridendo a pochi centimetri dal naso di Marco per una manciata di secondi che sembrarono durare molto più a lungo. Infine sbattè la guancia sulla superficie del mare calmo per tre volte, bagnando i presenti, in un caloroso gesto di saluto prima di immergersi. Anche la grande coda che apparve per ultima nella sua totalità, sembrò salutare tutti. Poi il silenzio.

La balena si perde negli abissi. Marco pensa al sole tramontato, guarda da quella parte, l’orizzonte gli sembra una linea curva. Vede la forma della terra. Per la prima volta percepisce con i propri occhi il pianeta come sfera. Guarda in cielo, altre sfere, Venere dove se l’aspettava e così Sirio e Vega con le stelle più grandi. Calmo, rileva con il sestante l’altezza di quegli astri sull’orizzonte, poi fa i calcoli per trovare la posizione. Ricorda a memoria le formule trigonometriche. Segna il punto sulla carta nautica, ma ha la sensazione di fare un lavoro inutile mettendo su un piano quello che può facilmente vedere in tre dimensioni. Mentre fa questo, canta una melodia solfeggiandola nota per nota: “Sol do mi re do fa ri mi sol. Fa sol fa …” Si accorge di essere in uno stato di particolare chiarezza mentale. Galleggia su una sfera di acqua e terra che gira su se stessa e attorno al sole. Capisce che l’acqua della sfera e l’aria intorno ad essa sono aspetti più o meno liquidi della stessa cosa, un tutt’uno con lo spazio ancora più fluido, ma anche con la terra stessa che ne è l’aspetto materiale, così come il suo corpo è l’aspetto solido della sua intangibile essenza vitale. Quella calma nell’oceano che è un tutt’uno con l’universo, è un tutt’uno anche con lui stesso.

Ti vedo molto assorto Mon Capitaine! – disse il veterinario con quel suo tono aristocratico francesizzante mentre, ancora fiero per la buona riuscita del suo pranzo, si aggirava [...] cercando compagnia per continuare i festeggiamenti. Marco rispose con una domanda: – Quando chiudi gli occhi, ti viene mai paura di fronte all’immensità di te stesso? – Pietro: – E come no! La stessa sensazione di quando guardo il cielo stellato. Mi sento insignificante. Ma perchè vuoi parlare di questo proprio adesso che siamo qui in mezzo all’oceano, con questo buio? Vuoi spaventarmi? – Marco: – Ho visto la sfera. E’ meraviglioso! Viviamo su una sfera per davvero. – Allora Bronzo di Riace, che smontava dal turno [...] disse: – E’ vero man! Ma cosa c’entra con quello che stavate dicendo? – Marco: – Gli astri sono sistemi di sfere che ruotano in equilibrio, così come lo sono gli atomi del nostro corpo. – Bronzo di Riace: – Guarda, un’altra sfera! – e indicò la luna piena che sorgeva ad est. Marco: – La luna è l’unica a lasciarsi vedere come tale, quando non ti prende in giro anche lei! Sembra messa lì apposta per farci capire. – Pietro: – Cosa vuoi dire Mon Capitaine? – Marco, puntando a Venere col dito indice: – Le altre sfere, sono troppo lontane per poterle vedere come tali! – Bronzo: – La terra è troppo vicina. – Pietro:- Anche troppo grande. – Marco: – Gli atomi troppo piccoli. Bronzo:  – Man, il sole è una palla di fuoco quasi sempre troppo luminosa per poterla guardare, e allora? -  Marco: – Le sfere sono sempre presenti nella nostra vita come l’immenso spazio fluido che le contiene, anche quello è sempre presente. Ma dobbiamo usare la coscienza per aver consapevolezza di ciò che ci circonda, del fatto che viviamo su una sfera e che quelle luci nel cielo sono anch’esse rotonde! – Bronzo di Riace: – Gli astri sono i pensieri nella nostra mente man! – Marco: – Questo non lo so, ma anche i pensieri e le preoccupazioni ci opprimono quando non siamo consapevoli dell’immenso spazio che li contiene. Spazio apparentemente vuoto che contiene tutto! – Pietro:  – Anch’io ho un pensiero fisso che mi opprime costantemente, sfere che non ho mai potuto vedere. – Bronzo:  – Quale man? – Pietro: – Le tette di una mia professoressa del liceo. -

Anche se i suoi compagni non lo prendavano sul serio, o forse non se la sentivano di affrontare l’argomento, quella sera Marco aveva visto con i propri occhi la forma sferica del nostro pianeta. Al vederla era subito entrato in uno stato mentale di estrema chiarezza in cui poteva ricordare le formule matematiche o solfeggiare la musica, ma sopratutto in cui nulla sembrava troppo grande o fuori della sua portata. Decise che non gli bastava più accontentarsi della comune visione piatta del mondo e cercò da quel momento di sentirne sempre la sfericità perchè questa consapevolezza sembrava innescare un suo processo evolutivo. Fece il possibile per restare in quello stato mentale aiutato dall’aliseo che riprese a soffiare teso spingendo la barca a buona velocità in quel mondo di acqua e aria. Concentrato, Marco passò molto tempo al timone preoccupandosi solo di navigare veloce fra le onde disordinate dell’aliseo. Sentiva il vento sul corpo e la sua azione sulle vele, agiva pochissimo sulla pala, quasi sempre in anticipo, prima di un onda o di una raffica per mettere la barca nella direzione ideale. In questo modo riusciva a sfruttarne la spinta con il minimo attrito, ottenendo un’andatura più fluida possibile. Non guardava la bussola, la usava solo come strumento di controllo per registrare la rotta tenuta. Guardava indietro per controllare che la scia fosse dritta e per vedere le onde arrivare, poi la prua, le vele, il cielo e l’oceano tutto attorno, a nord e a sud. Il suo sguardo era ovunque e vedeva di tutto, pesci di diverse dimensioni, nuvole che sopraggiungevano da poppa, prendevano forme e colori di ogni tipo e poi scomparivano all’orizzonte davanti alla prua. Vedeva gli uccelli oceanici controllare incuriositi dall’alto e infine i pesci volanti che scappavano da pesci più grandi o forse impauriti dalla barca stessa. Ogni volta che guardava il mare, vedeva gruppi di quei pesci volare via per centinaia di metri spiegando le loro piccole ali trasparenti. Bronzo di Riace disse: – Me l’aspettavo deserto io l’oceano, invece assomiglia ad una foresta, si fanno continuamente incontri di ogni tipo. – Quando poi si trovavano in cima ad un’onda più alta delle altre, Marco guardava lontano e di nuovo vedeva la grande sfera di acqua su cui stava viaggiando. Sentiva di essere al suo posto, in mezzo all’oceano, lontano da terra. Faceva correre la barca veloce perchè gli sembrava giusto che ci fosse meno attrito possibile, ma avrebbe voluto prolungare quell’emozione molto più a lungo invece di arrivare dall’altra parte. Restavano ormai pochi giorni di navigazione prima di arrivare ai Caraibi. Il colore dell’oceano cominciò a prendere una tonalità di verde scuro. Apparvero nuovi uccelli. Le nuvole che passavano sopra la barca spinte dall’aliseo, non scomparivano più ad ovest come nei giorni precedenti, sembravano accumularsi l’una sull’altra in un punto lontano davanti alla prua, sulle cime delle montagne delle Windward Islands, le isole del mar dei Caraibi.

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