La mia città
Cammino lentamente
per le strade della mia città,
la mia,
non quella dove sono nato,
non quella dei miei genitori,
la mia città,
quella che ho scelto con il cuore
per una sensazione astratta,
irrazionale
che al di là del traffico,
dello smog,
della chiusura tribale delle menti,
mi ha fatto sentire
al posto giusto,
la città dove ho capito
chi sono,
la città dove ho sentito
il pensiero dei filosofi
vissuti qui
migliaia di anni
or sono,
fluttuare nell’aria
e deridere
l’orgoglio sbraitato
di chi oggi si vanta
di appartenere,
per luogo di nascita,
alla loro stessa
antica civiltà
scomparsa.
Cammino triste,
forse per l’ultima volta,
domani si parte.
Di queste strade
piango ogni angolo
ogni muro sporco
ogni albero,
il fumo nero dell’autobus,
il blu del cielo,
il suono dei claxon,
piango
tutto quanto ha contribuito
in passato
al mio più grande dolore
di straniero,
solo,
intruso non benvenuto,
quel dolore
che mi ha aperto
il varco più caro,
come ultima spiaggia,
all’esplorazione di me stesso,
proprio nel contrasto
tra la mia anima libera
e il mio corpo assetato
di veleno.
Partito,
sento la nostalgia
per quel posto
che avevo fatto mio,
quel luogo che
dopo anni
mi aveva regalato
finalmente
un senso di appartenenza,
di riconoscimento
che sembrava combattere
la mia insicurezza,
ma poi
mi guardo attorno,
non dimentico la mia città
come non ho dimenticato
quella della mia infanzia,
curioso
trovo nuovi luoghi,
nuove genti che posso capire,
che mi fanno sorridere
quando non capiscono me,
che mi fanno infuriare
quando discriminano il “diverso”,
non sono più straniero,
nessuno mi è forestiero.
Stranieri a se stessi,
circondati da forestieri,
confusi come chi ha dimenticato,
vedono il “diverso” ovunque
coloro che si lasciano limitare
dal pur legittimo
senso di appartenenza
al fascino di un luogo,
al gergo di un piccolo gruppo.
Io sono a casa qui come altrove,
la mia città è una sfera
il mio mondo
infinito
il mio popolo
milioni di milioni
di anime
o meglio
una sola.
Mario Caramel – Matera 15,11,2010
