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Dreaming of an Evolution
Il duo MCfp
presenta ”Dreaming of an Evolution”
Dreaming of an Evolution
by MCfp
Compositions, lirics, arrangements
by Felicia Y Porter
Vocals, trombone and computer
Felicia Y Porter
Alto saxophone, guitar
Mario Caramel
“Dreaming of an Evolution” is
Musica Cosmica Fiati e Pensieri
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MCfp – Musica Cosmica Fiati e Pensieri
il duo MCfp composto da Mario Caramel (chitarra, sassofoni) e Felicia Y. Porter (trombone, voce, tastiere) presenta il romanzo Pensa con la tua Testa
Descrizione: Navigare nell’oceano, sentire gli spruzzi salmastri sul viso e il vento tra i capelli, osservare l’immensità del cielo stellato e sentirsi in comunione con l’universo e al contempo mai così solo… Conoscere culture diverse, saggezze diverse e portare con sè un pezzettino di ciascuna per meglio conoscere se stesso, la natura e gli uomini… svelando a poco a poco l’uomo di mare che c’è in ognuno di noi.
Casa Editrice Kimerik
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La mia città
Cammino lentamente
per le strade della mia città,
la mia,
non quella dove sono nato,
non quella dei miei genitori,
la mia città,
quella che ho scelto con il cuore
per una sensazione astratta,
irrazionale
che al di là del traffico,
dello smog,
della chiusura tribale delle menti,
mi ha fatto sentire
al posto giusto,
la città dove ho capito
chi sono,
la città dove ho sentito
il pensiero dei filosofi
vissuti qui
migliaia di anni
or sono,
fluttuare nell’aria
e deridere
l’orgoglio sbraitato
di chi oggi si vanta
di appartenere,
per luogo di nascita,
alla loro stessa
antica civiltà
scomparsa.
Cammino triste,
forse per l’ultima volta,
domani si parte.
Di queste strade
piango ogni angolo
ogni muro sporco
ogni albero,
il fumo nero dell’autobus,
il blu del cielo,
il suono dei claxon,
piango
tutto quanto ha contribuito
in passato
al mio più grande dolore
di straniero,
solo,
intruso non benvenuto,
quel dolore
che mi ha aperto
il varco più caro,
come ultima spiaggia,
all’esplorazione di me stesso,
proprio nel contrasto
tra la mia anima libera
e il mio corpo assetato
di veleno.
Partito,
sento la nostalgia
per quel posto
che avevo fatto mio,
quel luogo che
dopo anni
mi aveva regalato
finalmente
un senso di appartenenza,
di riconoscimento
che sembrava combattere
la mia insicurezza,
ma poi
mi guardo attorno,
non dimentico la mia città
come non ho dimenticato
quella della mia infanzia,
curioso
trovo nuovi luoghi,
nuove genti che posso capire,
che mi fanno sorridere
quando non capiscono me,
che mi fanno infuriare
quando discriminano il “diverso”,
non sono più straniero,
nessuno mi è forestiero.
Stranieri a se stessi,
circondati da forestieri,
confusi come chi ha dimenticato,
vedono il “diverso” ovunque
coloro che si lasciano limitare
dal pur legittimo
senso di appartenenza
al fascino di un luogo,
al gergo di un piccolo gruppo.
Io sono a casa qui come altrove,
la mia città è una sfera
il mio mondo
infinito
il mio popolo
milioni di milioni
di anime
o meglio
una sola.
Mario Caramel – Matera 15,11,2010
La vita in scatola
In sogno incontrai un bambino
o forse la sua anima
chè quell’immagine fluida,
più grande di me,
riempiva tutta la stanza.
Ti osservo vivere disse:
hai messo la vita in scatola,
esperienze, fatti, informazioni,
persone,
metti tutto in piccole scatole chiuse,
sommariamente etichettate
che ingerisci sterili
mentre illuso
accumuli conoscenza come fosse materia.
Quando poi ti guardi dentro
in cerca di risposte mature
quelle scatole chiuse,
ordinatamente stipate,
ma reciprocamente costrette,
ben poca conoscenza ti danno.
Liberati di scatole ed etichette!
Mescola tutto il tuo sapere
in un fluido dentro di te,
uno solo,
lascialo crescere
e finalmente capirai.
Sei un adulto, aggiunse,
sei convinto di essere ormai cresciuto,
ma forse dimentichi
che la tua anima di bambino,
se liberata,
non conosce limiti.
Mario Caramel Atene 08-2010 – Foto Felicia Y Porter – Motta S.Anastasia 03-2010

Erdal Kaptan – dal romanzo Pensa con la tua testa
Erdal Kaptan, pescatore solitario nato e cresciuto in Turchia, passò tutta la vita tra il mercato del pesce del suo villaggio e le baie del golfo antistante. Dieci miglia quadrate di cui conosceva tutto, i venti, i fondali, i pesci, gli uomini, Erdal conosceva quel pezzo di mare alla perfezione. Ma parlando con lui anche brevemente, diveniva subito chiaro che conosceva molto di più di quel ristretto golfo di natura meravigliosa in cui era vissuto. Aveva una memoria di ferro e un intuito da far invidia a chiunque. La sua opinione, su qualsiasi argomento, era sempre molto personale, diversa da quella della maggior parte degli altri pescatori o dalla maggior parte dei sui connazionali, un’opinione che poteva sembrare una grande verità o una folle fantasia . Pescava da solo, di notte, nelle acque calme del golfo dove c’è quasi sempre bonaccia per molte ore dopo il tramonto. Usava un metodo difficile, il palamite da roccia, un sottile filo di nylon lungo un centinaio di metri con un amo ogni centocinquanta centimetri. Lo stendeva sui fondali rocciosi ad almeno venti metri di profondità, vicino alle tane di cernie e dentici che avessero superato il peso minimo di un chilo. Una pesca mirata ai soli pesci da scoglio di prima qualità e di buone dimensioni che presentava molte difficoltà e per questo era praticata da pochi. Le cernie, come tutti sanno, sono pesci che passano molto tempo nelle tane, escono per mangiare e subito si infilano nella loro caverna sicura tra le rocce. Tirarle fuori con la lenza dalla superficie, a più di venti metri di altezza, è un’impresa non da poco, figuriamoci con settanta o cento ami attaccati allo stesso filo, quasi impossibile! Erdal diceva che i pesci imparavano a riconoscere ami e lenze e per questo doveva diminuirne le dimensioni, con il risultato che non aveva scelta, doveva migliorare anche lui, doveva diventare più bravo ad ogni stagione. [...]
A quei tempi, per motivi di lavoro, Marco diceva in giro che parlava il turco, ma in realtà sapeva parlare solo con Erdal, anzi era Erdal che sapeva parlare con chiunque. Non parlava le lingue, parlava la lingua, quella di chi vuole comunicare. Arte marinaresca, pesca, culture diverse, filosofia erano tra gli argomenti delle loro lunghe conversazioni. Marco voleva imparare a pescare con i metodi tradizionali e il suo amico Erdal gli aveva insegnato a stendere il palamite dandogli indicazioni molto precise. Conosceva i fondali di ogni centimetro quadrato del golfo: – In quel punto prenderai due cernie, più avanti invece c’è un dentice e ancora più avanti ci sono gli scorfani. – Naturalmente Marco, ancora principiante, non riusciva a prendere tutto, ma le previsioni del pescatore erano sempre azzeccate, come se fosse stato giù, sott’acqua a guardare. Erdal però nuotava solo intorno alla barca per pulirla o per lavarsi, lui non amava la profondità, i fondali li conosceva tramite la lenza, perchè lavorava da solo, concentrato, registrava tutto. Sapeva che quando pescava una cernia, c’era una tana che si era liberata e ci voleva un po’ di tempo prima che un altro pesce si insediasse in quel buco e ancora dell’altro tempo perchè crescesse a sufficienza per essere pescato. Non tornava mai a mettere il palamite nella stessa zona prima che questo tempo fosse passato, così non pescava mai pesci troppo piccoli. Aveva tanto rispetto per tutto e per tutti, ma si infuriava quando vedeva qualcuno inquinare, sporcare o maltrattare i più deboli.[...]
Negli anni in cui frequentava la Turchia, Marco si era quasi convinto che: – Chi è un bravo marinaio è anche una brava persona perchè assomiglia ad Erdal -
Ovviamente non era così e presto disse alla sua amica Sofia che conosceva il pescatore: - Non è l’essere un bravo marinaio che rende Erdal così speciale –
Sofia era una che ti ascoltava per davvero quando le parlavi e allora Marco si prendeva ancora più sul serio: – Si può anche andar per mare a testa bassa, di forza, provocando incidenti e ancora a testa bassa riparare i danni! Bravo marinaio non è sinonimo di brava persona. Navi cariche di schiavi hanno attraversato i mari con successo e lo fanno tuttora, ma i loro capitani non sanno neanche di avercela la coscienza! Erdal è speciale perchè pensa sempre con la propria testa e ha un’opinione personale non influenzata da correnti, culture o religioni, ma solo dalla sua stessa anima con cui ha un rapporto sempre sincero. –
Sofia aveva risposto: – Quando mi siedo al suo fianco, mi sembra che il tempo si fermi. Capisco tutto quello che mi vuole dire anche se non parla. Quell’uomo emana energia, come se avesse un’aura tutt’attorno. La sua anima esce dal corpo e si mischia con la tua. Io non l’ho mai incontrato un altro come lui! E tu? –
Marco tutto serio: – Vediamo un po’. Personaggi privi di preconcetti, capaci di sintetizzare e fare proprie tutte le posizioni costruttive per ottenere un’opinione sempre personale? Rari, ma sì, forse qualcuno. –
Sofia: – Dove li hai incontrati? Qui in Turchia? –
Marco: – No, e questo è l’aspetto interessante, sono nei posti più disparati. – Sofia prese quell’espressione che aveva quando si accingeva ad ascoltare, e Marco si sentì di nuovo in diritto di prendersi sul serio:
- Girando per i mari e i continenti del mondo, quello che mi ha colpito di più non sono le diverse culture o usanze, non le diversità dei popoli con suggestivi vessilli e dialetti che, per quanto affascinanti, possono diventare i loro propri limiti, ma le affinità che ho trovato tra gli individui che non si sono lasciati influenzare. La loro opinione spesso assomiglia a quella di altri individui che a loro volta hanno un’opinione personale e che si trovano in posti lontani, ma hanno anch’essi un rapporto sincero con la propria coscienza. – Arrivò Erdal e si sedette al loro fianco.
Sofia subito chiese: – Cos’è la coscienza? –
Guardando i due con un sorriso, il pescatore disse: – E’ tutto! - poi continuò: – Contiene tutto ed è presente in tutto, nella solida pietra, nella terra fertile, vedete quella pianta? –
indicò una pianta grassa di aloe. – Ha già capito che stiamo parlando di lei! – gli aculei delle sue foglie sembrarono muoversi quando il pescatore le indicava. – Nei pesci e negli animali ce n’è ancora di più! –
Gli veniva una faccia da bambino e sorrideva con gli occhi piccoli piccoli, quando parlava della natura.
Poi si fece serio: – Solo noi esseri umani però, possiamo scegliere cosa farne della nostra coscienza. –
Ancora più serio, cupo: – Un puntino irriconoscibile intrappolato tra i pensieri confusi di persone materialiste, capaci di distruggere anche il mondo in cui vivono? –
Sofia pensierosa: – Oppure un’aura di saggezza che si espande dal corpo di persone che sanno chi sono? – Erdal sorrise di nuovo.
Marco disse: - Certi non ce l’hanno proprio per niente! -
Erdal: – No, ti sbagli, mio giovane amico, tutti sentono la coscienza, e come non sentirla! –
Marco: – Ma…allora? –
Erdal: – Fanno finta, la sentono, ma non l’ascoltano. Quelli che fingono di non avere una coscienza sono esseri abominevoli, ma spesso, per fortuna non sempre, raggiungono svariate posizioni di potere grazie alla loro innata avidità e capacità di influenzare il prossimo. –
Marco: – Ok, adesso capisco! –
Erdal: – Poi ci sono quelli che hanno un rapporto di comodo, che mentono a sè stessi, e sono moltissimi. Brave persone, ma purtroppo confuse e manovrabili come burattini grazie alla loro insicurezza. -
Sofia: – Ooh di questi ce ne sono tanti dalle nostre parti! –
Erdal: – Lo so, sono ovunque! Ma ci sono anche quelli che provano ad essere sinceri nonostante sia un cammino in salita, in costante conflitto con le forze limitanti che ho appena descritto. Le persone che si impegnano a guardarsi dentro con onestà sono quelle di cui ti puoi fidare. Esseri umani generosi e intuitivi che non smettono mai di crescere e di imparare cose nuove. –
Sofia: – E se ce la fanno? –
Erdal: – Quelli che riescono ad essere veramente onesti con se stessi, mettono le basi per migliorare il mondo. Hanno grandi capacità di adattamento, autosufficenza morale e materiale, grande generosità, ma soprattutto costante evoluzione! –
Marco: – I saggi però perdono spesso la libertà e anche la vita! –
Erdal: – Per mano degli avidi potenti o tramite il voto dei loro burattini insicuri! –
Marco: – Socrate. –
Erdal: – Galileo. Ha avuto vita dura anche lui. -
Marco pensò: – Ma come fa a sapere tutto? –
Sofia disse: – Martin Luther King. –
I tre guardarono il cielo rattristati, poi Erdal terminò: – E tanti altri potremmo aggiungere a questa lista, ma raggiunti tali livelli di saggezza, l’ego e anche la morte non sono più un problema! -
L’immagine è una cartolina postale inviatami da un altro amico pescatore della stessa zona che si firma Alì Tuna
Girovago&Rondella Family Theatre
Per questa storia dobbiamo tornare indietro di più di vent’anni, la fine dell’estate del 1988 o giù di lì. Lavoravo con la mia barca tra l’isola di Rodi e la Turchia. L’ultimo charter si era concluso ad Antalya alla fine di Settembre e dopo la solita giornata di riposo di fine stagione io e miei compagni partimmo subito verso ovest: dovevamo raggiungere Rodi al più presto per gli approvvigionamenti, poi la Spagna per far cantiere e infine attraversare l’oceano per arrivare ai Caraibi entro dicembre ed iniziare la stagione invernale. Da Antalya alla Martinica, ora non mi ricordo quante miglia 5000, 6000, tante miglia.
A bordo con me c’erano Sonia e Gillo, l’equipaggio che mi accompagnava in quegli anni. Partimmo all’alba con il canto del muezzin e il cielo di tutti i colori. Dopo qualche miglio a motore il vento si mise a soffiare da ovest, giusto sul naso, e a rinforzare. Alle undici del mattino c’erano 35 nodi di vento contrario e noi avevamo fatto poco più di 20 miglia. Continuammo a saltare quelle onde corte fino all’indomani mattina quando finalmente arrivammo a Rodi esausti e naturalmente bagnatissimi oltre che tesi e preoccupati per il ritardo perchè avevamo ancora tutto il mediterraneo e tutto l’atlantico da attraversare.
Scesi a terra per comprare olio e filtri del motore che volevo cambiare prima di ripartire, così mi avviai a piedi sul molo verso il negozio di ricambi auto. Appena fuori dal porto vidi che c’era uno spettacolo di strada, era il mio amico Marco detto Girovago che intratteneva i passanti con la sua valigia magica. Passai sorridendo, ma senza fermarmi perchè appunto ero teso e pieno di pensieri. Non trovai i filtri, dovetti cercare a lungo in diversi concessionari per almeno due ore, poi finalmente tornai a bordo più nervoso di prima, ma per fortuna con i ricambi di cui avevo bisogno. Passammo tutta la giornata a preparare la barca per la traversata del mediteraneo. Oltre al servizio del motore, dovemmo cucire la randa che si era strappata con il ventaccio della notte precedente e poi pulire, fare la spesa, insomma il solito culo quadrato che ci si fa in quelle occasioni specie se hai fretta e appuntamenti di lavoro. Intanto il vento non aveva mai smesso di soffiare, ma noi eravamo decisi a partire l’indomani mattina all’alba e raggiungere la Spagna al più presto, in massimo dieci o dodici giorni ed altrettante notti.
Nel tardo pomeriggio Girovago che aveva terminato i suoi spettacoli, venne sul molo con la bicicletta, passò davanti alla barca gridando: – Hey amici naviganti, stakanovisti del mare, stasera tutti a cena a casa mia, ho una sorpresa che non potete perdere. Mi raccomando vi aspetto! – girò la bici e si diresse senza fermarsi verso la città vecchia dove si trovava casa sua. Noi, per quanto contenti dell’invito, pensammo che eravamo troppo stanchi e probabilmente non saremmo andati a quella cena. Finimmo i lavori e dopo una doccia in coperta crollammo tutti e tre seduti in pozzetto, stanchissimi. Come potevamo non accetare l’invito di Girovago? Non lo vedevamo dall’anno precedente e lui e sua moglie Federica, detta Rondella, erano tra gli amici più cari che avevamo su quell’isola anche se ci si vedeva di rado e poi lo spettacolo con la valigia era affascinante, chissà cos’era quella sorpresa di cui aveva accennato. Insomma un po’ per l’amicizia, un po’ per la curiosità ci avviammo verso la città vecchia con il mio sax in spalla.
Ci fu un tramonto tutto rosso, il vento forte rinfrescava l’aria, mi sembrò il primo tramonto di fine estate, era infatti l’inizio dell’autunno, ma per me, preso dall’ansia delle miglia che ancora dovevamo percorrere, quello era già l’inverno che si avvicinava veloce e l’ansia che avevo dentro a quel punto era insostenibile. Per fortuna che c’ero abituato, vivevo così da anni ormai, tra charter e traversate oceaniche, non per niente ci chiamavano “stakanovisti” del mare! Entrati nella città vecchia fummo travolti dal flusso dei turisti, migliaia di persone che passeggiavano serene in vacanza e noi sempre più tesi. Poi però per raggiungere casa di Girovago e Rondella uscimmo dal flusso principale e ci infilammo nelle stradine deserte dove i turisti non si inoltrano perchè buie e non segnalate.
Una fiaba, una via di mezzo tra una medina araba e una città medievale costruita dai crociati. Rallentammo il passo, incontrammo una coppia di gatti randagi in amore, e finalmente sentii il respiro calmarsi e il cuore battere ad un ritmo quasi normale. Sbagliammo un paio di vicoli, dovemmo tornare indietro, poi ancora un vicoletto e finalmente sentimmo nel buio la fisarmonica di Girovago che suonava una canzone francese, una musica da circo che lui usava per i suoi spettacoli. Presi il sax e lì sulla strada mi misi a suonare la stessa canzone, lui mi rispose e a battute di musica trovammo la casa in un altro vicoletto buio. Entrammo trionfanti tra le note della fisarmonica e quelle del mio sax. A quel punto non c’era più stanchezza, solo voglia di vivere. Girovago e Rondella hanno la capacità di farti tornare bambino, un entusiasmo, una passione e una determinazione da fare invidia anche agli avidi arrivisti che rinunciano alla vita per i soldi, e io ero ormai uno di quelli anche se incosapevolmente. Ma loro no, non rinunciano alla vita, Rondella e Girovago sono la vita! La casetta nella città vecchia, piena di pupazzi, marionette e strumenti musicali non può che ispirare e allora altra musica, danze e canzoni varie, sempre intercalate da quel pezzo francese da circo che divenne la colonna sonora della serata. Nel mezzo della stanza, tra i colori dei pupazzi e il suono degli strumenti musicali, c’era la sorpresa promessa: una carrozzina ben coperta dove Rugiada, la loro prima figlia di circa due mesi, dormiva felice. Baci abbracci, canzoni, cibo buono, ancora musica per ore e la piccola Rugiada che dormiva, o forse ci ascoltava proprio lì in mezzo alla stanza fino alle due di notte. Quando mi accorsi dell’ora mi ritornò l’ansia, poi Girovago disse: -Ragazzi domani abbiamo uno spettacolo in un paesino proprio al centro dell’isola, potreste venire anche voi con il sax del capitano e la tromba di Sonia, così mi date una mano perchè Rondella sarà occupata con la bambina. Cosa ne dite? – Sonia che aveva lasciato la tromba in barca e quasi non la suonava mai, fece un salto di gioa: – Fantastico! – disse. Guardai Gillo che già sorrideva, ma la mia ansia di lavoratore scrupoloso si fece fortissima e dissi solo: – Non se ne parla nemmeno! Dobbiamo partire all’alba per andare in Spagna e poi da lì ai Caraibi, vi rendete conto di quante miglia abbiamo da percorrere? Andiamo a dormire che è meglio. – Misi nervosamente il sax nella custodia e cominciai a guardare torvo i miei compagni di viaggio fino a che Gillo e Sonia non poterono che alzarsi e dare inizio ai saluti di commiato. Lasciammo quella casa di sogni colorati sotto gli occhi delusi di Girovago e Rondella. Camminammo tra i vicoli bui e le piazzette fiorite di quella vecchia città fino a raggiungere il porto senza mai parlare, tutti e tre incantati dalla bella serata e dalla città medievale. Giunti a bordo crollammo a dormire, avevamo alle spalle quarantotto ore di lavoro duro più la serata di sogno passata con gli amici. Mi svegliai all’alba con il rumore di una forte raffica di vento che fischiava sull’albero, aprii gli occhi e cominciai a cantare quella canzone francese che la sera prima avevamo suonato tante volte, feci un sorriso ai miei compagni che si stavano svegliando nelle brande vicine e mi girai dall’altra parte facendo un gesto con la mano. Dormimmo tutti e tre fino alle dieci del mattino quando ancora un volta ci svegliò una forte raffica di vento. Era deciso ormai, quel giorno non saremmo partiti, si andava a fare lo spettacolo al centro dell’isola con Girovago e Rondella. Guardai fuori dal boccaporto, loro erano già lì sul molo che ci aspettavano col motore del furgone acceso, pronti a partire e cantavano quella canzone francese. Cinque minuti più tardi viaggiavamo tutti verso il centro dell’isola, pigiati nel furgone pieno di pupazzi e strumenti musicali, cantando tutti in coro e la piccola Rugiada ci osservava dal suo seggiolino, sembrava divertirsi un mondo.
Quando arrivammo al villaggio, di cui purtroppo non ricordo il nome, in cima ad una montagna al centro dell’isola, incontrammo il sindaco che ci fece vedere la piazza per lo spettacolo e poi il percorso della parata per attirare gli spettatori. Montammo un piccolo palco in mezzo alla piazza e Girovago mi diede una giacca rossa, un cappello nero e delle scarpe da clown, poi ci incamminamo per le vie del paese suonando e cantando mentre Rondella invitava la gente a seguirci con il megafono. In pochi minuti eravamo diventati un corteo.
Persone di tutte le età si aggiungevano alla parata e ci seguivano cantando e ballando, tanti bambini e tanti anziani. Ricordo che passammo davanti ad un cortile dove due signore che sembravano avere più di ottant’anni, pigiavano l’uva saltellando a piedi scalzi dentro un grande contenitore di legno. Dovemmo aiutarle a scendere e poi anche loro a piedi scalzi ci seguirono ballando e lasciando le impronte rosse di mosto sul lastricato. Leggi il resto di questo articolo »
Il canto delle sfere – dal romanzo Pensa con la tua testa
La traversata dell’oceano, il solo pensiero di quell’avventura faceva paura perchè quando sei a terra il mare ti sembra anche più grande di quello che è, ma poi una sera in mezzo all’Atlantico, Marco sentì di essere nel posto giusto, lontano da terra, circondato solo dal mare. Si stava navigando in quella zona dove ci si dice: – Siamo a metà del percorso! – Ci furono un paio di giorni di tempo particolarmente bello, la barca avanzava lenta nel mare calmo, l’aliseo era calato quasi del tutto. Belle giornate di grandi pulizie, e alta cucina in mezzo all’oceano. Il terzo giorno di calma, Pietro il veterinario si esibì con un riso e lenticchie, risotto alla colombiana come lo chiamava lui, e tranci di tonno pescato alla traina. Dopo il pranzo andarono tutti a riposare, solo quelli di turno restarono in pozzetto. Ad un certo punto si sentì un urlo: – Aiuto, un sottomarino! – gridava Armando dal timone mentre indicava terrorizzato il mare sotto la barca. Marco corse fuori, guardò giù e subito fece un salto indietro, poi guardò ancora e disse: – Ma no, è una balena! – Si era avvicinata da poppa, veloce e a testa bassa, sembrava volesse attaccare. Armando disse: – Guarda si gira di pancia, ci considera amici! Ci deve aver scambiati per un baleno! – L’animale passò sotto la carena sfiorandola di pochi centimetri con la pancia bianca, poi si allontanò, ma solo per qualche minuto: – Eccola sta tornando, la vedi, è lì dietro, guarda, te l’ho detto che sembra un sottomarino! – Il cetaceo si avvicinò a testa bassa minaccioso, ma all’ultimo momento offrì nuovamente il ventre allo scafo sfiorandolo in tutta la sua lunghezza. – Era andata a respirare – disse Marco. La balena infatti continuò a giocare in questo modo per molte ore, si presentava da poppa e passava sotto la barca di pancia, ma non si faceva vedere quando respirava, andava lontano a farlo, dove si sentiva sicura. Tutto l’equipaggio salì in coperta per vederla, [...] quell’animale era ben più grande della barca, la superava in lunghezza con tutta la coda. [...] Dopo un paio d’ore di giochi emozionanti, i componenti l’equipaggio tornarono alle loro attività sotto coperta, ma la balena continuava a divertirsi nello stesso modo senza però mai farsi vedere respirare.
Al tramonto, seduto sulla tuga, Marco aspettava di vedere le prime stelle per fare un buon punto nave in quella sera di mare calmo. L’orizzonte era ben visibile senza bisogno di cavalcare un’onda più alta delle altre. Gli astri sarebbero presto apparsi: Sirio, Vega, Venere, la Polare, lui sapeva già da che parte doveva guardare. Vide il sole rosso toccare l’oceano e poi sparire sotto l’orizzonte lanciando nel cielo un ultimo raggio di color verde. In quel momento udì un rumore d’acqua, la balena riapparve, venne a respirare proprio sotto di lui questa volta, come se volesse attirare l’attenzione. – L’hai capito finalmente che ti puoi fidare! – disse Marco guardando il grande occhio di quel pachiderma che l’osservava con un sorriso lungo quasi due metri. Alzò gli occhi al cielo, c’erano tutti i colori di questo mondo, ma ci fu un altro consistente movimento d’acqua. La balena sollevò la testa tutta fuori, come se volesse essere accarezzata. Stette lì, sorridendo a pochi centimetri dal naso di Marco per una manciata di secondi che sembrarono durare molto più a lungo. Infine sbattè la guancia sulla superficie del mare calmo per tre volte, bagnando i presenti, in un caloroso gesto di saluto prima di immergersi. Anche la grande coda che apparve per ultima nella sua totalità, sembrò salutare tutti. Poi il silenzio.
La balena si perde negli abissi. Marco pensa al sole tramontato, guarda da quella parte, l’orizzonte gli sembra una linea curva. Vede la forma della terra. Per la prima volta percepisce con i propri occhi il pianeta come sfera. Guarda in cielo, altre sfere, Venere dove se l’aspettava e così Sirio e Vega con le stelle più grandi. Calmo, rileva con il sestante l’altezza di quegli astri sull’orizzonte, poi fa i calcoli per trovare la posizione. Ricorda a memoria le formule trigonometriche. Segna il punto sulla carta nautica, ma ha la sensazione di fare un lavoro inutile mettendo su un piano quello che può facilmente vedere in tre dimensioni. Mentre fa questo, canta una melodia solfeggiandola nota per nota: “Sol do mi re do fa ri mi sol. Fa sol fa …” Si accorge di essere in uno stato di particolare chiarezza mentale. Galleggia su una sfera di acqua e terra che gira su se stessa e attorno al sole. Capisce che l’acqua della sfera e l’aria intorno ad essa sono aspetti più o meno liquidi della stessa cosa, un tutt’uno con lo spazio ancora più fluido, ma anche con la terra stessa che ne è l’aspetto materiale, così come il suo corpo è l’aspetto solido della sua intangibile essenza vitale. Quella calma nell’oceano che è un tutt’uno con l’universo, è un tutt’uno anche con lui stesso.
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Articolo su Oltrepensiero
“Pensa con la tua testa”… non è poi così difficile !
«Il coraggio viene da un rapporto sincero con se stessi e con la coscienza che poi è tutto ciò che veramente esiste, fuori o dentro di noi. Possiamo anche fingere di non saperlo e vedere solo quelle che a me piace chiamare le illusioni materiali, ma questo ci porterà ad insoddisfazioni interminabili accompagnate forse da colpi di testa che, contrariamente alle apparenze, con il coraggio non hanno nulla a che vedere».
A parlare è Mario Caramel “padovano di Atene”[...]. Un tour in Italia con il suo libro “Pensa con la tua testa” (Ed. Kimerik) ed il duo MCfp, lo vedrà impegnato in un ciclo di presentazioni fuori dal comune e… un po’ all’antica..











