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	<title>Pensa con la tua Testa &#187; mare</title>
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		<title>Girovago&amp;Rondella Family Theatre</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 15:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MarioCaramel</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per questa storia dobbiamo tornare indietro di più di vent’anni, la fine dell’estate del 1988 o giù di lì. Lavoravo con la mia barca tra l’isola di Rodi e la Turchia. L&#8217;ultimo charter si era concluso ad Antalya  alla fine di Settembre e dopo la solita giornata di riposo di fine stagione io e miei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/08/CircoPoetico_2751.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-933" title="CircoPoetico_2751" src="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/08/CircoPoetico_2751-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><span style="color: #000000;">Per questa storia dobbiamo tornare indietro di più di vent’anni, la fine dell’estate del 1988 o giù di lì. Lavoravo con la mia barca tra l’isola di Rodi e la Turchia. L&#8217;ultimo charter si era concluso ad Antalya  alla fine di Settembre e dopo la solita giornata di riposo di fine stagione io e miei compagni partimmo subito verso ovest: dovevamo raggiungere Rodi al più presto per gli approvvigionamenti, poi la Spagna per far cantiere e infine attraversare l’oceano per arrivare ai Caraibi entro dicembre ed iniziare la stagione invernale. Da Antalya alla Martinica, ora non mi ricordo quante miglia 5000, 6000, tante miglia.</span></span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">A bordo con me c’erano Sonia e Gillo, l&#8217;equipaggio che mi accompagnava in quegli anni. Partimmo all’alba con il canto del muezzin e il cielo di tutti i colori. Dopo qualche miglio a motore il vento si mise a soffiare da ovest, giusto sul naso, e a rinforzare. Alle undici del mattino c’erano 35 nodi di vento contrario e noi avevamo fatto poco più di 20 miglia. Continuammo a saltare quelle onde corte fino all’indomani mattina quando finalmente arrivammo a Rodi esausti e naturalmente bagnatissimi oltre che tesi e preoccupati per il ritardo perchè avevamo ancora tutto il mediterraneo e tutto l’atlantico da attraversare. </span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Scesi a terra per comprare olio e filtri del motore che volevo cambiare prima di ripartire, così mi avviai a piedi sul molo verso il negozio di ricambi auto. Appena fuori dal porto vidi che c’era uno spettacolo di strada, era il mio amico Marco detto Girovago che intratteneva i passanti con la sua valigia magica. Passai sorridendo, ma senza fermarmi perchè appunto ero teso e pieno di pensieri. Non trovai i filtri, dovetti cercare a lungo in diversi concessionari per almeno due ore, poi finalmente tornai a bordo più nervoso di prima, ma per fortuna con i ricambi di cui avevo bisogno. Passammo tutta la giornata a preparare la barca per la traversata del mediteraneo. Oltre al servizio del motore, dovemmo cucire la randa che si era strappata con il ventaccio della notte precedente e poi pulire, fare la spesa, insomma il solito culo quadrato che ci si fa in quelle occasioni specie se hai fretta e appuntamenti di lavoro. Intanto il vento non aveva mai smesso di soffiare, ma noi eravamo decisi a partire l’indomani mattina all’alba e raggiungere la Spagna al più presto, in massimo dieci o dodici giorni ed altrettante notti. </span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Nel tardo pomeriggio Girovago che aveva terminato i suoi spettacoli, venne sul molo con la bicicletta, passò davanti alla barca gridando: &#8211; Hey amici naviganti, stakanovisti del mare, stasera tutti a cena a casa mia, ho una sorpresa che non potete perdere. Mi raccomando vi aspetto! &#8211; girò la bici e si diresse senza fermarsi verso la città vecchia dove si trovava casa sua. Noi, per quanto contenti dell’invito, pensammo che eravamo troppo stanchi e probabilmente non saremmo andati a quella cena. Finimmo i lavori e dopo una doccia in coperta crollammo tutti e tre seduti in pozzetto, stanchissimi. Come potevamo non accetare l’invito di Girovago? Non lo vedevamo dall’anno precedente e lui e sua moglie Federica, detta Rondella, erano tra gli amici più cari che avevamo su quell’isola anche se ci si vedeva di rado e poi lo spettacolo con la valigia era affascinante, chissà cos’era quella sorpresa di cui aveva accennato. Insomma un po’ per l’amicizia, un po’ per la curiosità ci avviammo verso la città vecchia con il mio sax in spalla. </span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ci fu un tramonto tutto rosso, il vento forte rinfrescava l’aria, mi sembrò il primo tramonto di fine estate, era infatti l’inizio dell’autunno, ma per me, preso dall’ansia delle miglia che ancora dovevamo percorrere, quello era già l’inverno che si avvicinava veloce e l’ansia che avevo dentro a quel punto era insostenibile. Per fortuna che c’ero abituato, vivevo così da anni ormai, tra charter e traversate oceaniche, non per niente ci chiamavano &#8220;stakanovisti&#8221; del mare! Entrati nella città vecchia fummo travolti dal flusso dei turisti, migliaia di persone che passeggiavano serene in vacanza e noi sempre più tesi. Poi però per raggiungere casa di Girovago e Rondella uscimmo dal flusso principale e ci infilammo nelle stradine deserte dove i turisti non si inoltrano perchè buie e non segnalate. </span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Una fiaba, una via di mezzo tra una medina araba e una città medievale costruita dai crociati. Rallentammo il passo, incontrammo una coppia di gatti randagi in amore, e finalmente sentii il respiro calmarsi e il cuore battere ad un ritmo quasi normale. Sbagliammo un paio di vicoli, dovemmo tornare indietro, poi ancora un vicoletto e finalmente sentimmo nel buio la fisarmonica di Girovago che suonava una canzone francese, una musica da circo che lui usava per i suoi spettacoli. Presi il sax e lì sulla strada mi misi a suonare la stessa canzone, lui mi rispose e a battute di musica trovammo la casa in un altro vicoletto buio. Entrammo trionfanti tra le note della fisarmonica e quelle del mio sax. A quel punto non c’era più stanchezza, solo voglia di vivere. Girovago e Rondella hanno la capacità di farti tornare bambino, un entusiasmo, una passione e una determinazione da fare invidia anche agli avidi arrivisti che rinunciano alla vita per i soldi, e io ero ormai uno di quelli anche se incosapevolmente. Ma loro no, non rinunciano alla vita, Rondella e Girovago sono la vita! La casetta nella città vecchia, piena di pupazzi, marionette e strumenti musicali non può che ispirare e allora altra musica, danze e canzoni varie, sempre intercalate da quel pezzo francese da circo che divenne la colonna sonora della serata. Nel mezzo della stanza, tra i colori dei pupazzi e il suono degli strumenti musicali, c’era la sorpresa promessa: una carrozzina ben coperta dove Rugiada, la loro prima figlia di circa due mesi, dormiva felice. Baci abbracci, canzoni, cibo buono, ancora musica per ore e la piccola Rugiada che dormiva, o forse ci ascoltava proprio lì in mezzo alla stanza fino alle due di notte.     Quando mi accorsi dell’ora mi ritornò l’ansia, poi Girovago disse: -Ragazzi domani abbiamo uno spettacolo in un paesino proprio al centro dell’isola, potreste venire anche voi con il sax del capitano e la tromba di Sonia, così mi date una mano perchè Rondella sarà occupata con la bambina. Cosa ne dite? &#8211; Sonia che aveva lasciato la tromba in barca e quasi non la suonava mai, fece un salto di gioa: &#8211; Fantastico! &#8211; disse. Guardai Gillo che già sorrideva, ma la mia ansia di lavoratore scrupoloso si fece fortissima e dissi solo: &#8211; Non se ne parla nemmeno! Dobbiamo partire all’alba per andare in Spagna e poi da lì ai Caraibi, vi rendete conto di quante miglia abbiamo da percorrere? Andiamo a dormire che è meglio. &#8211; Misi nervosamente il sax nella custodia e cominciai a guardare torvo i miei compagni di viaggio fino a che Gillo e Sonia non poterono che alzarsi e dare inizio ai saluti di commiato. Lasciammo quella casa di sogni colorati sotto gli occhi delusi di Girovago e Rondella. Camminammo tra i vicoli bui e le piazzette fiorite di quella vecchia città fino a raggiungere il porto senza mai parlare, tutti e tre incantati dalla bella serata e dalla città medievale. Giunti a bordo crollammo a dormire, avevamo alle spalle quarantotto ore di lavoro duro più la serata di sogno passata con gli amici. Mi svegliai all’alba con il rumore di una forte raffica di vento che fischiava sull’albero, aprii gli occhi e cominciai a cantare quella canzone francese che la sera prima avevamo suonato tante volte, feci un sorriso ai miei compagni che si stavano svegliando nelle brande vicine e mi girai dall’altra parte facendo un gesto con la mano. Dormimmo tutti e tre fino alle dieci del mattino quando ancora un volta ci svegliò una forte raffica di vento. Era deciso ormai, quel giorno non saremmo partiti, si andava a fare lo spettacolo al centro dell’isola con Girovago e Rondella. Guardai fuori dal boccaporto, loro erano già lì sul molo che ci aspettavano col motore del furgone acceso, pronti a partire e cantavano quella canzone francese. Cinque minuti più tardi viaggiavamo tutti verso il centro dell’isola, pigiati nel furgone pieno di pupazzi e strumenti musicali, cantando tutti in coro e la piccola Rugiada ci osservava dal suo seggiolino, sembrava divertirsi un mondo. </span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Quando arrivammo al villaggio, di cui purtroppo non ricordo il nome, in cima ad una montagna al centro dell’isola, incontrammo il sindaco che ci fece vedere la piazza per lo spettacolo e poi il percorso della parata per attirare gli spettatori. Montammo un piccolo palco in mezzo alla piazza e Girovago mi diede una giacca rossa, un cappello nero e delle scarpe da clown, poi ci incamminamo per le vie del paese suonando e cantando mentre Rondella invitava la gente a seguirci con il megafono. In pochi minuti eravamo diventati un corteo. <a href="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/08/domatore11.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-938" title="domatore1" src="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/08/domatore11-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a>Persone di tutte le età si aggiungevano alla parata e ci seguivano cantando e ballando, tanti bambini e tanti anziani. Ricordo che passammo davanti ad un cortile dove due signore che sembravano avere più di ottant’anni, </span></span><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">pigiavano l’uva saltellando a piedi scalzi dentro un grande contenitore di legno. Dovemmo aiutarle a scendere e poi anche loro a piedi scalzi ci seguirono ballando e lasciando le impronte rosse di mosto sul lastricato.<span id="more-923"></span><br />
</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Giunti alla piazza salimmo sul palco e il pubblico si mise tutt’attorno in semicerchio. Quando vidi tutta quella gente davanti a me, ebbi l’impressione di svenire, pallido, con le labbra viola, pensai che non sapevo neanche cosa dovevo fare, Rondella mi lanciò uno sguardo rassicurante e riuscii a non cadere, ma ero nel panico totale. Inutile dire che Girovago sapeva il fatto suo, era abituato a fare quegli spettacoli anche da solo e infatti non ci furono problemi, ogni tanto, quando cominciava una canzone, ci guardava e allora io e Sonia lo seguivamo con sax e tromba. Fu un grande successo. Dopo lo spettacolo venne preparata una grande tavolata proprio in mezzo alla piazza, la più lunga tavolata che abbia mai visto e tutti ci sedemmo a mangiare e bere. Dico tutti, dal sindaco ai bambini alle vecchiette scalze, tutto il paese in una tavola e noi eravamo gli ospiti d’onore, gli artisti che avevano messo il villaggio sottosopra. Una delle più emozionanti esperienze della mia vita! </span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Tornammo al porto ancora pigiati nel furgone e giunti alla barca ci accorgemmo che il vento era calato. Baci e abbracci e questa volta partimmo all’alba come promesso. Traversammo il mediterraneo in dodici giorni fino a Malaga dove ci fermammo tre settimane per fare cantiere, preparare la barca per la traversata, fare la spesa ecc. Poi attraversammo l’oceano e venti giorni più tardi, quasi due mesi dopo la bella giornata passata con Girovago e Rondella arrivammo in Martinica con le prime luci dell’alba. Il molo era libero e feci subito manovra per ormeggiare e fare i primi rifornimenti dopo la traversata. Il cielo era tutto rosso, la notte stava finendo. Mentre andavo in retromarcia, Gillo filava l’ancora a prua e Sonia era a poppa pronta a lanciare la cima a terra, vidi un tipo barcollare verso il molo. Un uomo dai colori creoli, la pelle nera e i capelli rossi, ubriaco, ci venne incontro suonando una grossa armonica a bocca. Ballando e barcollando ma con due occhi svegli e simpatici, mi guardava manovrare mentre suonava su quell’armonica la stessa canzone francese da circo, la colonna sonora dello spettacolo di Girovago e Rondella. Giunto sul molo, non prese la cima, era troppo ubriaco, continuò a suonare quella stessa canzone sorridendomi con gli occhi vispi, mentre io saltavo a terra prendevo la cima abilmente lanciata da Sonia e la legavo alla bitta d’ormeggio. Poi quell’uomo improvvisò il finale della canzone, noi cominciammo ad applaudire e lui si allontanò ringraziando e inchinandosi ai nostri applausi come una star. L’uomo scomparve nel parcheggio adiacente al molo di Fort de France, uscì il sole, eravamo arrivati finalmente dall’altra parte e meritavamo un giorno di riposo, crollammo a dormire felici  nelle nostre brande.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Avrei dovuto capirlo subito che quell’uomo ero io, quella parte di me che già conosceva il percorso dall’acqua all’aria passando per tutta quella luce, i miei elementi naturali in quegli anni, sapeva anche che era giunta l&#8217;ora di esplorare la musica se volevo continuare a crescere. Invece niente, neanche sei anni più tardi quando finalmente riuscii a vendere la barca e andai a stabilirmi a Rodi, Girovago e Rondella mi ospitarono a casa loro, conobbi il loro secondo figlio Timoteo, vidi nascere il terzo figlio Tommaso, partecipai a molti spettacoli dell’ormai famoso Girovago&amp;Rondella Family Theatre, ma non capii che il mio destino era legato a quella realtà di persone che hanno il coraggio di essere se stesse e di proporre al mondo il loro punto di vista. Dedicai ancora molti anni a cose che non mi interessavano, ma che credevo essere importanti, finalmente guadagnando anche bene, ma sentendo sempre quel fuoco dentro che non mi dava pace fino a quando un giorno capii e gli diedi ascolto, ecco perchè oggi faccio quello che faccio con Felicia in giro per l’Italia.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> </span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">Oggi il Girovago&amp;Rondella Family Theatre </span><a href="http://www.girovagoerondella.it/"><span style="color: #000000;">http://www.girovagoerondella.it</span></a><span style="color: #000000;">/ è conosciuto e apprezzato in tutta Europa e credo anche oltre. I ragazzi ormai adulti o quasi, partecipano attivamente e con passione all’attività dei genitori, ma hanno anche un loro spettacolo </span><a href="http://www.myspace.com/elcubolibre"><span style="color: #000000;">http://www.myspace.com/elcubolibre</span></a></span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">Se vi sembra che i siti non siamo stati aggiornati di recente è solo perchè la vita sulla strada non lascia molto tempo per la vita online, ma potete contattarli ed invitarli con i loro spettacoli nella vostra città, vi assicuro che non ve ne pentirete</span>.<a href="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/08/Palco-Mobile.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-934" title="Palco Mobile" src="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/08/Palco-Mobile-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><a href="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/08/Marco-e-Ciccio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-935" title="Marco e Ciccio" src="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/08/Marco-e-Ciccio-300x239.jpg" alt="" width="300" height="239" /></a><br />
</span></span></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>Tutto è Numero &#8211; Tratto dal romanzo Pensa con la tua Testa</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 10:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MarioCaramel</dc:creator>
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Nulla è fuori della portata di chi sa contare fino a nove. Leggo una storia che parla del fiume presso il quale Socrate discuteva coi suoi allievi. Atene però faccio fatica a riconoscerla, di fiumi poi, neanche l’ombra. Eppure sento qualcosa di molto particolare in questa città, ma sembra sommerso dalla giungla di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Capitan Marco ad Atene 1998 &#8211; 2007</span></span></h3>
<h3><span style="color: #000000;"><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Nulla è fuori della portata di chi sa contare fino a nove. Leggo una storia che parla del fiume presso il quale Socrate discuteva coi suoi allievi. Atene però faccio fatica a riconoscerla, di fiumi poi, neanche l’ombra. Eppure sento qualcosa di molto particolare in questa città, ma sembra sommerso dalla giungla di cemento, lo smog e il traffico maleducato, così maleducato che spesso copre tutto.[...] sento che questo è il posto giusto pe</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">r continuare la mia crescita, c’è qualcosa che devo imparare qui!</span></span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ora che vivo sulla terraferma, penso molto a cosa significa essere un uomo di mare. La prima cosa che mi viene in mente è la versatilità, ho dovuto imparare di tutto in questi anni e allora cos’altro potrei fare se volessi smettere di portare i turisti in barca a vela? Ho pensato molto ai marinai del passato:</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Guerrieri? No, non fa certo per me. Almeno per ora, visto che nessuno sta fisicamente attaccando i miei cari.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Pescatori? Un’arte che mi affascina, base della marineria. Ma io non posso, non riesco più ad uccidere i pesci, ho già dato. Oggi sono vegetariano e preferisco trovare qualcos’altro da fare, almeno finché è possibile.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Contrabbandieri? Sinceramente l’idea in sé non mi disturba troppo, ma se poi ci penso, cosa dovrei trasportare? Rifiuti tossici? O ancor peggio, persone disperate in fuga da realtà tragiche, spesso provocate proprio dal nostro sistema? Non posso neanche pensarci!</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Commercianti mediatori tra diverse culture? Sì, questo sono io. Un mediatore tra le culture: quando negli Anni Ottanta portavo un turista europeo in vacanza in posti lontani aiutandolo a capirne le regole e ad apprezzarne le usanze, i cibi, la musica, ero un mediatore, aiutavo le persone di culture diverse a comunicare.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Questa definizione mi piace, l’accetto e faccio mia: quando smetterò di navigare diventerò un mediatore! Ed eccomi qua, rappresentante esclusivo in Grecia per un colorificio olandese che produce pittura antivegetativa, quella con cui si colora la carena contro la crescita di vegetazione che rallenterebbe il cammino della barca. La mia antivegetativa è la prima al mondo a rispettare l’ambiente marino pur garantendo una carena perfettamente pulita. Questo fatto mi fa sentire ancora meglio, uso il messaggio ecologico per la pubblicità e mi piace tantissimo. Purtroppo però non piace assolutamente ai miei potenziali clienti: “L’antivegetativa per essere buona dev’essere velenosa!” – dicono, ma io non mi lascio intimidire dalle prime difficoltà, sono determinato, so di essere sulla giusta rotta, so che ce la farò. Ho attraversato tanti oceani, attraverserò anche questo oceano di ignorante indifferenza. C’è anche un altro motivo per cui mi trovo qui: ho deciso di dare ascolto a chi durante tutta la vita mi ha fatto sentire in colpa per avere la “fortuna” di navigare: “Ah tu che fai la bella vita in barca a vela in giro per gli oceani, cosa ne sai dei problemi che abbiamo noi che siamo qui a farci il culo?”. Mi son sentito dire tante volte. Io non c’ho mai fatto caso, o almeno così credevo, ma purtroppo il seme dell’insicurezza dà i suoi frutti anche nei terreni più aridi.</span></span></h3>
<h2><span style="font-weight: normal;"></p>
<h3><span style="font-size: 20px;"><span id="more-558"></span></span></h3>
<p><span style="color: #000000;"></p>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"><br />
</span></span></h3>
<p></span><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> </span></span></span></h2>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Eccomi qui a lavorare in qualcosa che non sia anche un piacere o una passione, come se soffrire fosse condizione “sine qua non” per potersi considerare una persona per bene. [...] Ho un negozio in centro ad Atene e anche un socio, [...] crede che presto crollerò e gli lascerò tutto, anche lui mi considera fortunato per la vita vissuta in mare, pensa che non ce la farò a resistere. Intanto parla sempre di milioni di dracme. Sento parlare continuamente di numeri, migliaia, milioni, sembra che a certe persone provochi un piacere particolare parlare di numeri grossi con tante cifre e tanti zeri. Adesso nessuno mi può più dire che non mi faccio il culo. Non che andare per mare fosse facile! Ma come glielo spieghi? Vivo in una piccola casa di quelle che i greci costruivano al loro arrivo nella capitale dalle isole o dalle campagne. Un cubo col tetto a terrazza e una vite americana che dovrebbe fare ombra, due stanze, solo pianterreno. Bagno e cucina sono fuori nel cortile, naturalmente circondato dai palazzi. Tutti possono affacciarsi alla finestra e vedere se lo straniero, io, sta cucinando o se è in bagno o cos’altro stia facendo. Ma il signor Kostas, il padrone di casa, proprietario anche del mio negozio, è una persona adorabile, sono felice di stare qui e l’affitto è bassissimo. Nei mesi caldi la casa è un forno nel vero senso della parola. Compro il pane fresco, lo appoggio sul tavolo, poi esco in cortile a preparare da mangiare e poco più tardi, quando rientro, il pane è già duro, biscottato dal caldo torrido. Non so quanto mi fermerò ad Atene, per questo adotto un comportamento minimalista, anche aiutato dalle letture dei filosofi antichi o forse più semplicemente dagli scarsi guadagni. Ho una sola pentola, una caffettiera e un fornelletto, il wc in una cabina in cortile e la doccia è un tubo di gomma. Quando fa molto caldo, ho notato che i miei anziani vicini si siedono al balcone avvolti in lenzuola umide, così faccio anch’io la stessa cosa, bagno il lenzuolo e chiacchiero con il ventilatore che lo tiene fresco. Presto diviene il mio migliore amico, per lunghi periodi il mio unico interlocutore al di fuori del lavoro. A volte mi risponde con un cigolio che scambio per risposta profonda alle mie dissertazioni, spesso lamenti inutili di un uomo disperato alla ricerca di se stesso.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">– Ma dov’è quel fiume? – mi chiedo ad alta voce.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">– Cosa vuoi, sarà sommerso nel cemento o rinsecchito sulle montagne bruciate dagli incendi dolosi che generano altro cemento! – mi dice il socio col tono superiore da persona concreta che pensa sempre ai soldi e si sente nel giusto per questo, anche se in realtà combina ben poco.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">L’Ilissos già duemila anni fa era poco più di un ruscello che scorreva a sud della capitale. Decido di andarlo a cercare visto che fuori c’è un po’ di vento e in casa invece il caldo ti impedisce anche di pensare. Alle sei e mezza del pomeriggio, dopo una doccia veloce con la gomma in giardino, parto alla ricerca del fiume di Socrate. Mentre cerco di raggiungere la zona che credo essere quella descritta sul libro, mi trovo più volte ad interagire coi tipici abitanti delle città caotiche, stressati dal traffico e dai debiti e come se non bastasse, pieni di caffé e sigarette[...] Ad un certo punto non so più dove mi trovo, ma vedo un buco tra le auto parcheggiate caoticamente, mi fermo e ci lascio la macchina infuocata dal caldo con tutte le finestre aperte e le chiavi su. Confuso, lancio uno sguardo al nome della via per ritrovarla più tardi: “Omirou”. Mi incammino nel caldo della città pensando che è un buon segno lasciare la macchina in una via dedicata ad Omero. I marciapiedi sono impraticabili, occupati dai motorini parcheggiati o semplicemente troppo sporchi per camminarci sopra. I palazzi intorno, opprimenti. Attraverso una strada, il traffico, i claxon, ancora un vicolo, ancora sporco. Da due anni in questa giungla di cemento sporco, io, un marinaio abituato all’aria di mare, mi sento perso nella spazzatura! Il peso della solitudine mi schiaccia al suolo, come se dovessi strisciare ancora più in basso tra i topi e gli scarafaggi. Quella stessa solitudine che vorrei tanto saper apprezzare, oggi mi tortura.[...] Confuso, continuo a camminare tra i vicoli, mi manca l’aria, faccio fatica a respirare. Penso di lasciar perdere, di tornare a casa. – È tutto ridotto uno schifo, non c’è più speranza! – ma non voglio dar ragione al mio socio. Alzo lo sguardo e vedo tra due palazzi un rettangolo di cielo azzurro. Quell’azzurro tipico dell’Attica e dell’Egeo, lo conosco bene io che vengo dal mare. Fa ancora molto caldo. Seguo il colore del cielo dietro un palazzo e improvvisamente&#8230; un po’ d’aria mi rinfresca il viso sudato. Una piccola piazza con del verde si apre davanti a me a forma di rettangolo in dolce salita. Non sento più il traffico, solo il vento sulle foglie di una palma. Fiori bianchi e rossi di una buoganville svolazzano nell’aria di questa piccola oasi, la palma rigogliosa mi accoglie come se fosse la porta di un tempio e dietro a questa, un ulivo in cima alla collinetta sembra il centro del mondo. Credo di sentire un corso d’acqua. Ancora un po’ d’aria mi rinfresca. Passo sotto l’arco creato dalle grandi foglie della palma e cammino verso l’ulivo. Il traffico, lo sporco, la disperazione, sono già spariti dalla mia mente. Non mi importa di essere solo, né mi preoccupa la mia miseria, sento di essere nel posto giusto e di andare nella giusta direzione! Il cielo è azzurro come in mezzo al mare, l’aria è piacevole, il verde dà finalmente un po’ di riposo agli occhi stanchi mentre si sente il suono del vento tra le foglie. Una cicala smette di cantare quando mi avvicino, adesso sento bene, c’è anche dell’acqua che scorre. Avanzo ancora un po’ per trovarla. Salgo la collinetta verso l’ulivo, bellissimo sembra salutarmi con le sue foglie che, ondeggiando al vento, cambiano tonalità di verde. Ma&#8230; un momento! Si muove troppo, qualcuno lo scuote? Non sono solo, qui! Per un attimo credo di ricadere nella confusione quando vedo un uomo con barba e capelli bianchi che mi osserva, la faccia burbera, mentre scuote l’ulivo con fare aggressivo, ma poi&#8230; quattro olive cadono al suolo. Lo sguardo dell’uomo si addolcisce e lentamente si trasforma quasi in un sorriso. Io, stupito e scosso dalla presenza imprevista di quella persona, mi fermo mentre sento un brivido fin sopra i capelli. Guardo l’uomo, magro, avvolto solo in un lenzuolo, la barba bianca lunga. Resto fermo anche quando sento l’istinto di chiedere scusa per il disturbo, ma non dico assolutamente nulla e non mi muovo. “Tetrachtis”, dice lui. Immobile, lo guardo ancora stupito, un po’ per il suo aspetto, tra il clochard e il sofista, un po’ perché non capisco quello che dice, anche se mi mostra quattro dita della mano sinistra. Allora l’uomo raccoglie le olive cadute dall’albero al mio arrivo, me le mostra e dice: – Uno più due più tre più quattro uguale dieci. Sai cos’è l’anima? Tu che vieni da lì? – indica l’angolo della piazzetta da dove mi ha visto arrivare, poi continua – Lo sai cos’è l’anima? – come assumendo che chi viene da lì non sappia dell’esistenza dell’anima – Uno più due più tre più quattro uguale dieci, cioè Uno consapevole! Se hai coscienza di chi sei non hai bisogno di sapere nient’altro! Ma non sono sicuro che tu abbia questa consapevolezza, mi sembri ancora un po’ confuso, vieni, siediti qui, bagnati le la labbra. – mi fa segno di avvicinarmi indicando al suolo un buco con dell’acqua. Sento il suono d’acqua corrente, come se ci fosse un ruscello, ma si vede solo questa piccola pozza rotonda attraversata da qualche bollicina che ne testimonia il continuo movimento. Mi siedo per terra, guardo l’acqua limpida, la tocco: è fredda. Con la mano ne prendo un po’, la porto alla bocca, mi bagno le labbra e il collo. Un brivido di refrigerio mi fa pensare alle montagne dei Balcani in primavera. Non è il fiume che cercavo, ma in quanto a purezza e freschezza, non c’è niente da dire! L’uomo ricomincia a parlare:</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">– Nove è niente. Zero è tutto. Quando conti fino al nove, poi c’è ancora uno e puoi solo aggiungere zero per avere consapevolezza del tuo contare. Cerca lo zero dentro di te, dopodichè, non c’è più alcun bisogno di continuare a contare. – Lo guardo inebetito, non capisco se mi stia prendendo in giro o se faccia sul serio, quello che dice sembra una folle fantasia, che sia una grande verità? Non so cosa dire, lui se ne accorge e mi guarda quasi con compassione. Poi pulisce un pezzettino di terreno con la mano sinistra e con un bastoncino scrive sulla terra: 272 + 272 = &#8230; e mi guarda aspettando una risposta. Velocissimo scrivo con il dito indice: 544 mentre penso che qui non si scappa, la matematica non è un’opinione. Lui sorride come per dire:</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">– Sapevo che avresti fatto questo banale errore. – Io ci penso e ci ripenso, ma non trovo altra soluzione. Allora l’uomo scrive ancora sul terriccio: 272 + 272 = 4 e poi scrive: 272 = 2 cioè 2+7+2 = 11 cioè 1+1 = 2. – Somma le cifre, invece di sommare come fanno i comuni mortali e continua: 2 + 2 = 4, risultato: 272 + 272 = 4, come 544 = 13 = 4.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">È pazzo! – penso io mentre lo guardo diffidente, ma lui mi dà il bastoncino dicendo: – Prova anche tu! Lo puoi fare con qualsiasi numero, li puoi ridurre tutti a una sola cifra e i conti tornano sempre! [...] Prova e vedrai! Niente è fuori della tua portata se sai sintetizzarlo e vederlo come una sola cifra! Niente è più grande di te. Quello che importa è l’essenza. – dice indicando nella pozza l’acqua fresca – Non il superfluo che c’è intorno” e alza le braccia come ad indicare la città di cemento. Proprio in quel momento sento il rombo di un motorino senza marmitta che passa in una strada vicina e mi ricordo dove mi trovo. L’uomo è già altrove, ancora seduto davanti a me, ma assente, fa un cenno con la mano come se si stesse allontanando ancora di più. La nostra conversazione è finita, non c’è altro da dire. Resto ancora un po’ seduto, osservo l’acqua e rivedo le montagne innevate. L’uomo davanti a me, immobile, sembra non esserci più. Sento ancora una moto passare, inseguita da un claxon aggressivo. Capisco che è ora di andare. Mi alzo cercando di non far rumore, come per non svegliarlo, ma mi rendo conto che nulla può distogliere quest’uomo dalla sua estasi. Accenno un debole inchino mentre mi allontano giù dalla collinetta. Passando vicino alla palma vedo alcuni passeri sfrecciare veloci, saluto anche loro con un movimento del busto in avanti e, dando un ultimo sguardo veloce a quella piccola oasi, continuo a scendere[...] Un attimo dopo, sono di nuovo perso nel cemento ma, distratto dall’incontro appena avvenuto con quell’uomo, e da ciò che mi ha detto, non faccio molto caso allo sporco, né al rumore del traffico e tanto meno mi accorgo che non so più dove mi trovo né dove sia la macchina. Questi vicoli ora sono diversi, come se avessero perso il potere di opprimermi. Cammino un po’ a caso, senza tanto mettere a fuoco la bruttezza che mi circonda o le persone che incrociano il mio passaggio. Dopo circa una decina di minuti di questo vagare, guardo le macchine parcheggiate e mi sembra di vedere anche la mia poco più avanti, leggo la tabella col nome della via: “Omirou”. La macchina è lì, aperta, con le chiavi su, come l’avevo lasciata;[...]</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ancora pochi minuti e sono avvolto nel lenzuolo di fronte al ventilatore. Non so neanche se ci sono andato davvero a cercare il fiume. Penso ai numeri e a quell’acqua freschissima. Penso alla sintesi del ridurre tutto ad una sola cifra. Ci provo ancora e mi rendo conto che è proprio vero, se sommi le cifre di un numero di qualsiasi grandezza, ottieni una sola cifra che gli corrisponde e, quando vai a verificare, i conti tornano sempre. Forse quel tipo aveva ragione. È tutto più semplice di quanto sembra e non è il caso di farsi prendere dal panico. Mai! Niente è troppo difficile o troppo complesso se manteniamo la calma e sappiamo sintetizzarlo alla sua essenza, perché, come dice lui, quest’ultima non sarà mai più grande di un numero ad una sola cifra dall’uno al nove. Il traffico, che troppo spesso mi aveva oppresso e anche impaurito, adesso non era stato un problema perché l’avevo guardato con distacco, come dall’alto, senza la paura di perdermi. Non più un milione di automobili e motorini, centomila taxi e autobus che mi confondevano, offendevano o prevaricavano.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ancora una volta sta a me scegliere: se lasciarmi schiacciare dai grandi numeri per ritrovarmi al livello di topi e scarafaggi, magari ad ingannare i miei stessi compagni, o se elevarmi con i numeri ad una sola cifra verso l’essenza dell’essere e vedere il traffico e tutto il mondo dall’alto mentre raggiungo le mie mete come dal mare.[...]</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">La mia vita ad Atene non è più la stessa, sento la presenza del mare e del cielo azzurro anche quando non li posso vedere, incontro persone di tutti i tipi tra cui alcuni diventano cari amici. Questo per me è un posto sincero, è quello che vedi, la gioia di filosofare seduti per ore in una piazzetta ventilata e le incazzature più bestiali se solo provi a voler pianificare, è la musica, il teatro ma anche il traffico, lo smog, le proteste di piazza. L’ho sentita definire una metropoli fatta a mano e credo che lo sia in buona parte. Un posto che non si nasconde dietro le regole, che quasi non ha una falsa facciata pulita, [...] e ogni volta che guardi l’Acropoli sembra aver recuperato un altro pezzo della sua antica bellezza.</span></span></h3>
<p><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> Mario Caramel</span></span></p>
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		<title>Cesar Carrion Artista in Costante Evoluzione</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 06:23:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MarioCaramel</dc:creator>
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Fine Gennaio 2004 avevo fatto un Natale lungo in Italia a casa con i miei, mi ero fermato un po&#8217; troppo, ma poi finalmente partii per Ancona e mi imbarcai sul traghetto per Patrasso. Un viaggio che già conoscevo bene e che continuo a fare più volte l&#8217;anno come molti degli italiani ed europei che vivono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.zecarrion.tk/" target="_blank"><img src="http://i141.photobucket.com/albums/r48/composerchick/imgp5914.jpg" alt="null" /></a></p>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Fine Gennaio 2004 avevo fatto un Natale lungo in Italia a casa con i miei, mi ero fermato un po&#8217; troppo, ma poi finalmente partii per Ancona e mi imbarcai sul traghetto per Patrasso. Un viaggio che già conoscevo bene e che continuo a fare più volte l&#8217;anno come molti degli italiani ed europei che vivono in Grecia.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Brutto tempo quella sera, ventaccio da nordest sull&#8217;Adriatico e in più la partita di calcio, non so bene di quale campionato, comunque un evento internazionale molto importante. Il mio passato in mare mi impedisce di dormire in tali condizioni, lo so che gli addetti ai lavori conoscono il loro mestiere, con quel vento attraversano subito l&#8217;Adriatico per andarsi a ridossare sotto le coste della Dalmazia e poi scendono fino a Corfù in mare calmo con il vento che viene da terra. Buonissima strategia di navigazione, ma la partita di calcio, dove la mettiamo?</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Insomma quella sera non mi fidavo e passai la notte in coperta a controllare l&#8217;ufficiale di guardia. Lui nella bella cabina di pilotaggio al calduccio e io fuori, con la mia giacca impermeabile, guanti e cappello, sotto la pioggia e il vento forte di fine Gennaio. Lo osservavo, sembravo un maniaco. Non volevo che mollasse tutto per andare a vedere la partita. Era successo proprio qualche mese prima, un traghetto si era schiantato su uno scoglio per colpa dei mondiali di calcio.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Comunque quell&#8217;ufficiale non si era mosso, aveva fatto bene il suo mestiere, e verso mattina quando già navigavamo in acque calme a ridosso dell&#8217;Albania, capii che ero stressato, stavo attraversando un periodaccio, finalmente andai a dormire.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Al mio risveglio guardai fuori, l&#8217;ho già detto, conosco quel percorso a memoria, si è già capito, ho una grande considerazione della mia esperienza di navigatore, già lo so, sono un po&#8217; ridicolo, ma in mare non mi fido di nessuno, guardai fuori e capii subito dove eravamo. Stavamo entrando nel canale tra Levkas e Itaka,  ormai in Grecia, mancava solo l&#8217;ultimo tratto tra le belle isole ioniche e poi la baia di Patrasso. Passeggiai per i saloni della nave, il self-service, il bar fumoso, il casinò.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">La gente si svegliava dopo la notte di mare mosso, molti camionisti abituati al viaggio, qualche rappresentante, pochi turisti greci che rientravano da una lunga vacanza, tutti parlavano ad alta voce e fumavano come dei turchi. Passai da un corridoio dove c&#8217;era attaccata al muro una carta dell&#8217;Adriatico e dello Ionio, una coppia di giovani la stava guardando attentamente.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Carini neanche ventenni, lei piccola piccola e dalla pelle molto scura, ma con i capelli lisci, chiaramente di origine indiana, lui invece europeo, un giovane spagnolo alto e dinoccolato con un bel sorriso intelligente. Passando mi accorsi che la ragazza indicava la carta nautica, aveva il dito proprio su Itaca e disse al suo amico: &#8211; Siamo qui! -</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Mi fermai e dissi: &#8211; Brava è giusto, siamo davanti a Itaca, l&#8217;isola di Ulisse. -</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Lei mi sorrise, ma di Ulisse non aveva mai sentito parlare, lui invece fece un&#8217;esclamazione di giubilo e si presentò: &#8211; Piacere io sono Cesar e lei è Charù &#8211; mi fece in tono molto simpatico e con quel bel sorriso. Sembravano molto stanchi, un po&#8217; sporchi, dovevano aver dormito per terra da qualche parte sulla nave, mi presentai anch&#8217;io:</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">- Piacere Mario o Ciccio come volete. Posso offrirvi un caffè o una pasta? -</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ancora il sorriso intelligente di Cesar rispose senza parole, ci sedemmo ad un tavolino e finimmo per ordinare una colazione abbondante per tre.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">- Dove andate? Siete in vacanza? &#8211; Chiesi curioso perchè in quella stagione non è normale incontrare turisti, forse erano anche loro residenti in Grecia?</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ricordo che era l&#8217;inizio del 2004, eravamo tutti in guerra per il petrolio, non l&#8217;America o l&#8217;Inghilterra, tutti, facciamo parte della stessa macchina da guerra anche noi, abbiamo solo un ruolo diverso, quello dei buoni, ma è inutile dar sempre la colpa agli altri, siamo coinvolti come loro. Comunque la risposta di Cesar mi lasciò di stucco: &#8211; Andiamo a fare una camminata, da Patrasso ad Atene a piedi come gli antichi. -</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">La ragazza sorrise tutta contenta: &#8211; Basta con questo petrolio. A piedi !  -</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Restai a bocca aperta, quei due giovani diciottenni davano una lezione al mondo e non facevano neanche pubblicità all&#8217;impresa. &#8211; E per dormire, andrete in albergo? &#8211; Chiesi curioso, ma Cesar rispose subito: &#8211; No, abbiamo la tenda e i sacchi a pelo, dormiremo in spiaggia. -</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Guardai fuori, si vedeva già la costa vicino a Patrasso, tutto era coperto di neve,  poi guardai la giovane coppia e pensai che dovevano essere ben attrezzati con i sacchi a pelo da montagna e cose del genere perchè faceva tanto freddo per dormire in spiaggia. Pagai la colazione e diedi il mio numero di telefono a Cesar:      - Se avete bisogno di qualcosa chiamatemi e quando arrivate ad Atene, se volete, venite a farvi una doccia a casa mia. Bravi mi piace molto l&#8217;idea della camminata da Patrasso ad Atene. E&#8217; stato un grande piacere conoscervi, ciao. -</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Mi alzai per andare a preparare la mia roba e raggiungere il garage della nave dove si trovava la mia macchina. I due mi ringraziarono  per la colazione e poi mi abbracciarono come se fossimo già veri amici, ed era proprio così, quei due giovani che potevano essere i miei figli e che non avevo mai visto prima, erano molto più vicini a me di tanta gente della mia età che conoscevo da anni. Lungo la strada per raggiungere Atene  pensai più volte a loro, tutto era ghiacciato o coperto di neve: &#8211; Dormire in spiaggia con questo gelo, mah! -</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Quei due dovevano essere ben equipaggiati con delle moderne attrezzature da montagna, poi mi distrassi pensando a tutto quello che avevo da fare ad Atene. Arrivai a casa e ripresi la mia vita metropolitana, solo di nome perchè di fatto io vivo come se fossi in un paesino, limoni e aranci nel piccolo giardino, le mie piante medicinali in terrazza, dall&#8217;aloe vera ai peperoncini piccanti e il resto viene da dentro, potrei essere ovunque. Bè ovunque ci sia una connessione  con la rete, perchè devo pur sempre lavorare.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Passarono quaranta giorni, poi una sera chiamarono Cesar  e Charù, erano arrivati, mi aspettavano seduti vicino all&#8217;Acropoli. Corsi a prenderli, li portai a casa, avevano camminato per quaranta giorni, dormito in spiaggia abbracciati nello stesso sacco a pelo con il ghiaccio nei capelli, lo vidi era un sacco a pelo estivo, una presa in giro, niente attrezzatura costosa. Avevano conosciuto la Grecia che pochi turisti conoscono. La gente del luogo, vedendoli passare a piedi, li aveva invitati a casa, offerto loro da mangiare e regalato dolci e frutta.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ora non racconterò tutta la loro storia perchè sarebbe troppo lunga, comunque Charù aveva 20 anni, era nata a Calcutta e poi trapiantata in Europa attraverso dolori e vicissitudini. Cesar invece, più giovane di un anno, era nato a Madrid e studiava  pittura all&#8217;accademia delle belle arti. Si fermarono a casa mia per un paio di mesi. Mi aiutarono a fare la manutenzione di una bella barca che avevo in gestione, impararono molto del mestiere del marinaio. Mi colpì quella sete di apprendere che entrambi avevano, e certo, imparavano perchè lo volevano.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Un giorno andammo a vedere un concerto di chitarra spagnola in un conservatorio nel centro di Atene.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Vivere con Cesar e Charù mi ispirò così tanto che finii per iscrivermi a quello stesso conservatorio che frequentai poi per cinque anni a tempo pieno, nuovamente partecipe della capitale in cui vivo.</span></span></h3>
<h3><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Ho raccontato questa storia perchè oggi vorrei presentarvi </span></span></span></span><a style="color: #006699;" href="http://www.zecarrion.tk/" target="_blank"><span style="color: #000000;"><span style="text-decoration: none;"><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;"><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Cesar</span></span></span></span></span></span></span></a><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> un artista in costante evoluzione, uno che ci crede</span></span></span></span></h3>
<p><a style="color: #006699;" href="http://www.zecarrion.tk/" target="_blank">Clicca qui per vedere le sue opere</a> Mario Caramel</p>
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		<title>Rientro Natalizio Dicembre 2009</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2010 11:26:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MarioCaramel</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"><a href="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/01/46684_1580341069225_1256629807_1578339_2787419_n.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-997" title="46684_1580341069225_1256629807_1578339_2787419_n" src="http://www.pensaconlatuatesta.com/wp-content/uploads/2010/01/46684_1580341069225_1256629807_1578339_2787419_n.jpg" alt="" width="518" height="332" /></a></span></span><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Le cinque del mattino, la città dorme, le strade sono deserte. Solo noi, tre uomini rimasti ragazzi, camminiamo sotto i portici come quando, poco più che adolescenti, tornavamo dai concerti. A quest’ora ci sembra di possedere la città, non ci sono le automobili che invece la fanno da padrone nelle ore diurne. Perdo anche la cognizione del tempo, potremmo essere nel 1600, o prima. Guardo la Specola. Galileo la raggiungeva a remi nella vecchia città fluviale. Ma poi &#8230; eccoli! Una macchina della polizia ci supera rombando, frena, si ferma e fa retromarcia verso di noi. Ci guardano, seri in volto, scrutano attentamente, minacciosi, poi capiscono che siamo italiani, accelerano e se ne vanno.</span></span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> Ora ricordo! Ritrovo la nostra epoca e i miei quasi cinquant’anni. Quando eravamo ragazzi le cose andavano diversamente. A quei tempi si sarebbero fermati, ci avrebbero controllato i documenti e frugato le tasche in cerca di qualche scusa per rovinarci la passeggiata. Oggi quel tipo di trattamento è riservato agli immigrati che non hanno difese, e sì, perchè noi invece potremmo essere delle persone importanti o protetti da tali persone, meglio lasciarci in pace.<br />
A quanto pare, grazie all&#8217;arrivo degli stranieri, noi siamo divenuti  veri cittadini con dei diritti, protetti dalla polizia che veglia per la nostra sicurezza. Bella sensazione!<br />
Ci siamo incontrati ieri sera in piazza, dopo almeno vent’anni, forse più. Abbiamo cenato risi e bisi alla vecchia latteria del centro e poi passato una notte di musica, racconti e risate a casa della nostra vecchia amica Paola. Se ci penso, mi sembra impossibile. Solo trentasei ore fa ero in mezzo al mare, sotto la pioggia, in viaggio attraverso gli oceani, in altri continenti. Quando torni a casa, ti sembra di non essere mai partito.<br />
Continuiamo a camminare verso il nostro quartiere, quello dove siamo cresciuti.<br />
Vediamo una luce poco più avanti sotto il portico. Il crafettaro lavora ancora come quando eravamo ragazzi! Comincia alle quattro tutte le mattine, prepara i bomboloni per i bar della città che sta per svegliarsi. Ci avviciniamo alla bottega. La porta è aperta, la saracinesca abbassata, lui è dentro che impasta, poi smette, apre il forno, estrae un vassoio e si avvicina per mostrarcene il contenuto. Compriamo sei bomboloni caldi.                                      -Ma come è possibile che non sia invecchiato proprio per niente? Sono passati più di vent’anni!      &#8211; Chiedo ai miei due amici che vivono qui da sempre.<br />
- E’ il figlio. Hai visto, è identico a suo padre e parla anche nello stesso modo! &#8211; Franco mi risponde con la bocca piena, mentre si sbrana uno di quei manicaretti. Ha il naso imbiancato dallo zucchero a velo e due rivoli di crema che fuoriescono dai lati della bocca, ma non importa, a quest’ora del mattino sotto i portici della nostra città, il bombolone del crafettaro è l’ultimo piacere prima di andare a dormire e lo puoi mangiare come vuoi, a quest’ora non ci si scandalizza più! Le ultime risate e poi gli abbracci di commiato, ognuno per la sua strada verso casa.<br />
Rimasto solo, passeggio lentamente ascoltando i passeri che cantano al loro risveglio. Le prime luci dell’alba però, mi infastidiscono, mi danno una sensazione di cerchio agli occhi, preferisco il buio. Mi affretto, voglio andare a letto prima che sia giorno.<br />
Davanti al portone di casa estraggo da una tasca il mazzo di chiavi che mia mamma mi ha consegnato al mio arrivo. Troppe! Devo provarle tutte prima di trovare quella giusta, poi mi accorgo che è la verde, lei me l’aveva anche spiegato, ma io pensavo ai fatti miei mentre mi parlava. Apro cautamente per non far rumore, entro e richiudo dietro di me. Salgo le scale al buio come quando vivevo qui, conosco a memoria il percorso fino alla mia camera, non ho bisogno di vedere, anche se sono passati tanti anni. Queste scale le ho salite a tutte le ore e in tutte le condizioni psicofisiche immaginabili, a parte ubriaco che non è mai stata la mia passione. Quando arrivo su, vedo che mia mamma ha la luce accesa. &#8211; </span></span><em><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">E’ già sveglia? O forse non l’ha mai spenta aspettando il mio rientro?</span></span></em><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> &#8211; Faccio finta di niente: &#8211; </span></span><em><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">Sono un adulto, ho girato mezzo mondo, posso tornare all’ora che mi piace! </span></span></em><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;">- penso mentre continuo al buio fino in camera. Entro e chiudo la porta dietro le mie spalle. Mi butto a letto senza spogliarmi. Penso per un attimo a dove mi trovo: finalmente a casa, che bello! Mi rilasso ascoltando i passeri cantare, o forse chiacchierare, chissà cosa si raccontano. Sono contento di essere qui, ma ho una sensazione di nausea per la crema dei bomboloni appena divorati. Mi addormento. Sogno il mare, il vento e le onde che mi spingono verso la meta, la gioia dell’arrivo a terra, ma poi &#8230; ancora la polizia. Scendono dalla gazzella, vengono verso di me, hanno qualcosa in mano, qualcosa di minaccioso, mi allontano, mi seguono. Uno ha una grossa siringa, vuole farmi un prelievo, vuole sapere cosa ho fatto, cosa ho ingerito negli ultimi tre mesi. L’altro invece ha una siringa più piccola infilata in una bottiglietta, vuole farmi il vaccino per l’influenza. Aumento il passo, mi allontano ancora di più, scappo correndo, loro mi seguono, con quegli aghi, vogliono il mio sangue, ma non dovevano proteggermi?<br />
Continuo a scappare fino a che: &#8211; Dindon! Dindon, dindon! &#8211; Il campanello mi sveglia &#8211; Chi è adesso che rompe di domenica mattina? &#8211; barcollando vado alla finestra per guardare fuori dalle fessure della persiana. La poca luce grigia mi abbaglia come se fosse il sole dell’ Africa &#8211; Ma chi è? Sono gli zii che come ogni domenica, arrivano puntuali a mezzogiorno per il pranzo di famiglia, non potevano arrivare un po’ più tardi? &#8211; La testa mi gira in un vortice, ho la nausea. Corro in bagno mentre non so più quanti anni ho. Sono io quell’adolescente scapestrato che si svegliava in questa casa con i postumi di qualche pericoloso stravizio molto potente. Tutto il mio passato di ribelle intossicato mi ripiomba addosso accompagnato da un senso di colpa verso la mia famiglia che mi ha visto soffrire. L’autolesionismo ha spesso un movente logico per l’autore, ma incomprensibile ai più. E’ quasi impossibile farsi del male senza ferire anche altri, ne risulta un massacro di massa,  ma io questo l’ho capito già tanto tempo fa e infatti, quando sono andato a letto, ero quasi lucido, solo un po’ stanco per non aver dormito. Mi guardo allo specchio, non c’è speranza, sembro un tossico anche se mi sono comportato bene. Quando sei bollato, sei bollato, non ti salvi più! Mi lavo la faccia e i denti, mi guardo di nuovo, niente da fare, l’aspetto è anche peggiorato e adesso devo uscire da questo bagno e andare a salutare gli zii!<br />
Apro la porta, esco nel corridoio, sento la voce&#8230;</span></span></h2>
<p><span style="font-weight: normal;"><span style="color: #000000;"> Mario Caramel &#8211; Foto Stefano Fogato <a href="http://www.myspace.com/stefanofogato">http://www.myspace.com/stefanofogato</a></span></span></p>
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